I muri sui mercati

I dazi sull’auto di Trump costeranno 45 miliardi di dollari

di Riccardo Barlaam


Dazi, chi pagherà di più tra imprese e cittadini?

4' di lettura

I dazi del 25% minacciati da Trump sulle auto europee porteranno con sé un conto finale di 45 miliardi di dollari l'anno in extra costi per i consumatori americani. Un conto di 45 miliardi di dollari, o 5.800 dollari in più, per ogni auto importata negli Stati Uniti da Europa, Corea, Cina e Giappone. La stima viene dall'Associazione dei costruttori di autoveicoli (Aam, Alliance of automobile manufacturers), gruppo che rappresenta colossi come Toyota, Volkswagen, General Motors, che ha appena inviato un documento dettagliato al Dipartimento Usa al Commercio. La notizia è stata confermata da Gloria Bergquist, vice presidente dell'associazione. «I dazi sulle auto genereranno una tassa di circa 45 miliardi di dollari per i consumatori americani. Una misura che cancellerà in un solo colpo tutti i benefici dei tagli fiscali introdotti dalla Casa Bianca», ha detto.

Presto la decisione Usa sui dazi auto
I consumatori americani si troveranno costi più elevati anche per acquistare i pezzi di ricambio per le loro auto, sia americane che straniere.
Proprio ieri la Casa Bianca ha fatto sapere di aver completato lo studio chiesto dal presidente sull'impatto dei dazi all'import sulle auto europee. Una decisione verrà presa presto. «Abbiamo terminato il nostro dossier sui dazi alle auto europee che per molto tempo sono state avvantaggiate negli Stati Uniti. Alla fine sarà tutto uniforme, e non ci vorrà molto tempo», ha twittato il presidente. Il mese scorso l'amministrazione Usa aveva lanciato l'indagine sull'import di auto europee, ponendola come questione di “sicurezza nazionale”.
Venerdì Trump ha parlato per la prima volta dei possibili dazi all'import del 20-25% sulle auto europee. E la Commissione europea, subito dopo, si è detta pronta a introdurre ulteriori contromisure commerciali contro gli Stati Uniti, come ha già fatto sapere un portavoce della Ue. Lunedì in South Carolina Trump ha apertamente criticato i car maker tedeschi per le importazioni di auto negli Stati Uniti: «Raddrizzeremo il saldo commerciale negativo dell'auto», ha detto. «Funzionerà». Al momento gli Stati Uniti hanno dazi del 2,5% sull'import di automobili europee e del 25% sui camion e veicoli commerciali. L'Ue, a sua volta, ha dazi del 10% sull'import di auto americane.

L'export Usa che parla tedesco
La cosa anacronistica in questa vicenda è che il settore automotive nei tempi della globalizzazione è diventato, forse più di tutti, quello più interconnesso. I grandi gruppi si muovono tra paesi, alleanze, siti produttivi e fornitori disseminati nei cinque continenti per rispondere alla domanda globale di veicoli e fare economia di scala. Insomma il settore dell'auto è abituato alla globalizzazione e fa fatica a operare con i muri del protezionismo. Tanto – è qui si arriva al paradosso - che il primo esportatore di auto dagli Stati Uniti non è né Gm, né Ford, né tantomeno Tesla che ha numeri molto inferiori, ma il costruttore tedesco di auto premium Bmw, che ha un importante impianto produttivo in South Carolina, con il quale dà lavoro direttamente a 9mila americani, che salgono a 20-30mila con l'indotto.

Dagli Usa al Sud Africa
Bmw in South Carolina produce i suv destinati al mercato Usa ma anche alla Cina. E da mesi ha investito per prepararsi alla stretta protezionistica di Trump, ampliando i suoi stabilimenti in Sudafrica, dove produrrà i Suv da destinare alla Cina. Diminuendo la produzione americana.
Anche Daimler, il gruppo tedesco di Mercedes, proprio ieri ha fatto sapere che investirà 600 milioni di euro per potenziare i suoi stabilimenti sudafricani. Sempre pensando alle vendite in Cina - primo mercato mondiale per l'automotive ormai - e all'idea di bypassare i muri protezionistici che si preparano a costruire tra Stati Uniti ed Europa. Daimler in Sudafrica potenzierà i suoi impianti nella città costiera di East London, e vi produrrà la nuova generazione dei modelli Classe C di Mercedes.

Supply chain da ripensare
I dazi di Trump obbligano le grandi case automobilistiche a ripensare tutta la supply chain.
La catena delle forniture all'industria dell'auto sarà totalmente destabilizzata dai dazi, secondo un report di Moody's agli investitori. Dal Messico e dal Canada, ad esempio, arrivano ogni anno componentistica per le fabbriche di auto americane per un valore di almeno 60 miliardi di dollari. Vale a dire circa la metà della componentistica americana viene dall'estero (stime del Center for automotive research, Car). I giganti del settore Magna International, Delphi Technologies e Lear sono abituati, come i car maker d'altronde, ad operare nei paesi vicini con costi di produzione e del lavoro più bassi per competere sul prezzo. Ma il settore è tutto interconnesso. Difficile davvero pensare ai muri: il 30% dei sistemi frenanti delle auto americane viene dalla Cina, il 21% dei volanti e delle sospensioni viene dal Giappone, e più del 64% dei sedili arriva dal Messico. I dazi minacciati da Trump insomma costringono a ripensare la globalizzazione: cambieranno la struttura dei costi della catena produttiva, renderanno più difficili le produzioni delocalizzate, non sarà più possibile fare economia di scale e, in definitiva, prevedono gli esperti, aumenterà inevitabilmente il costo finale di produzione delle auto americane e non. E quello al consumatore finale.

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