IL DECRETO DEL GOVERNO

I debiti di Roma a carico degli italiani? È vero, ma dal 2010

di Gianni Trovati


Non solo metro: dagli alberi ai rifiuti tutte le emergenze di Roma Capitale

3' di lettura

La norma inserita nel “decreto crescita” che trasferisce allo Stato il debito arretrato del Comune di Roma oggi gestito dal commissario straordinario ha aperto un nuovo fronte incendiario nella polemica politica. In pratica, si dice, i Cinque Stelle al governo danno una mano alla traballante giunta Raggi caricando sulle spalle dello Stato, cioè di tutti gli italiani, i 12 miliardi del vecchio debito della Capitale. Con il silenzio della Lega, che ingoia lo stop ai dossier sull'autonomia differenziata nelle Regioni del Nord e tace sul nuovo maxi-regalo a quella Roma un tempo «ladrona».

Il calendario
La notizia dell'accollo del vecchio debito romano sulle spalle della «fiscalità generale», cioè di tutti noi, è vera. Ma datata. Risale al 31 maggio 2010, quando il governo Berlusconi creò un fondo da 300 milioni all'anno per finanziare la bad company capitolina, aggiungendo al pacchetto altri 200 milioni all'anno chiesti ai passeggeri degli aerei che partono dagli scali romani e ai residenti con la super-addizionale Irpef. La nuova regola, ora scritta all'articolo 38 delle bozze del decreto atteso martedì in consiglio dei ministri per il via libera finale, in realtà non aggiunge un euro al conto salato che le casse pubbliche e private pagano puntualmente da nove anni. Anzi, crea i presupposti per chiudere la struttura parallela nel 2021, e abbandonare insieme a lei la quota aggiuntiva dell'addizionale Irpef che a Roma è del 9 per mille quando il tetto nazionale è fermo all'8.

Dare e avere
Anche senza addentrarsi nel ginepraio delle triangolazioni finanziarie che negli anni scorsi sono fiorite fra Campidoglio, commissario e ministero dell'Economia, il principio non è complicato. In pratica, lo Stato si accolla una parte del debito finanziario ancora da liquidare, ma cancella anche gli assegni che ogni anno dovrebbe dare alla gestione straordinaria per gestire questo passivo. Il resto, debiti finanziari e commerciali e crediti, è trasferito a Roma Capitale, che non potrà usare gli “attivi” per finanziare la propria spesa corrente perché dovrà tenere in bilancio un fondo di garanzia a copertura.
Ma che cosa rende possibile l'uovo di Colombo? Qui si entra un po' più nel tecnico, ma ne vale la pena. Nel 2004, durante la prima giunta Veltroni, il Campidoglio collocò sul mercato il maxi-bond comunale “City of Rome”, da 1,4 miliardi di euro con restituzione integrale alla scadenza (bullet) il 27 gennaio 2048. Ma 15 anni fa era un altro mondo, i tassi erano decisamente più alti e il bond paga un interesse del 5,345%, che a fine corsa fa salire fino a 3,6 miliardi il prestito iniziale da 1,4. Non proprio un affare, soprattutto visto con gli occhi di oggi.

Il risultato finale
Ed è questa la parte del debito finanziario girata allo Stato, come mostra il comma 2 della nuova norma. Che chiede al Campidoglio di «promuovere le iniziative necessarie per l'adesione dei possessori delle obbligazioni City of Rome all'accollo del prestito obbligazionario da parte dello Stato». Stato che in caso di adesione «si assumerà gli oneri» del prestito: oneri che valgono 74,83 milioni all'anno, coperti tagliando l'autorizzazione di spesa per gli aiuti al commissario (comma 4).
Insomma, l'impatto complessivo dell'operazione in termini di debito pubblico è pari a zero. E ci mancherebbe altro: visto che questi arretrati romani sono a carico di tutti già da nove anni.

Il fronte tasse
E l’addizionale Irpef? Con la chiusura della gestione commissariale, prevista nel 2021, mancheranno i presupposti giuridici per far pagare ai residenti di Roma un’Irpef locale più alta del tetto massimo dell’8 per mille. Ma ad aiutare la quadratura dei conti c’è anche il fatto che una parte non piccola dei debiti commerciali ancora nei libri del commissario sono solo potenziali. Uno dei tre miliardi che compongono la lista riguarda vecchi espropri, spesso risalenti agli anni 60-70, in cui il creditore non è nemmeno stato rintracciato. Perché nello storico caos contabile romano capita anche questo: debiti senza creditore. Potenziale è anche una quota dei 600 milioni alla voce «contenziosi»: battaglie di carte bollata anch’esse risalenti nel tempo, e che possono non sfociare in obblighi di pagamento.
Il ritorno all’Irpef “normale”, in ogni caso, è in calendario a fine 2021. Ma se quel giorno vorrà essere al Campidoglio ad annunciare la novità, Virginia Raggi dovrà ripresentarsi alle elezioni comunali. E rivincerle.

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