obiettivo: perfetta sostenibilità

I diamanti «trasparenti» di Tiffany lanciano una nuova sfida all’industria delle gemme

di Chiara Beghelli


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3' di lettura

Per i marchi il verbo “innovare” è all'imperativo. Ed è sempre stato così. Nel 1940, per esempio, l'introduzione del primo sistema centralizzato di condizionamento dell’aria in città rese il nuovo negozio di Tiffany & Co. al 727 di Fifth Avenue il più innovativo del suo genere. Oggi che l'aria condizionata è patrimonio condiviso da tutti i grandi negozi del pianeta, e che i concorrenti si sono moltiplicati, bisogna avere ancor più talento nel saper riconoscere il futuro: la sfida è innovare l’innovazione stessa. «Nell’oggi cammina già il domani», scrisse Coleridge.

L’ingresso della boutique Tiffany a New York

Nel presente dell’industria dei gioielli, per esempio, ci sono sempre più investimenti in sostenibilità, alla ricerca della perfetta eticità del processo produttivo, un aspetto che i clienti contemporanei – Millennial in testa – considerano con attenzione.

Nel report “The Hidden Cost of Jewelry” dello scorso febbraio, Human Rights Watch ha premiato proprio Tiffany come il brand più eticamente impegnato fra i 13 big del settore presi in esame. Quello, dunque, che è stato capace di rispondere meglio alla necessità di innovare.
Ma il marchio del blu «Pantone 1837», dall’anno della sua fondazione, è già andato oltre.

Viaggio nei diamanti «etici» firmati Tiffany

Viaggio nei diamanti «etici» firmati Tiffany

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Nello stesso palazzo di Tiffany su Fifth Avenue mercoledì scorso è stata battezzata la “Diamond Source Initiative”, un protocollo che sposta ancor più verso l'alto l'asticella dell'impegno etico per tutta l'industria dei gioielli: ogni diamante acquistato e registrato singolarmente da Tiffany avrà un numero di serie, inciso al laser e invisibile a occhio nudo, che racconta le sue origini. «Per conoscere un diamante finora bastavano le celebri “4 C”, cioè il colore, i carati, il taglio (cut) e la purezza (clarity). Con la Diamond Source noi aggiungiamo una quinta C, country, il Paese dove è stato estratto – spiega Alessandro Bogliolo, ceo dell’azienda dall’ottobre 2017, al telefono dal quartier generale di Manhattan –. Oggi i clienti vogliono sapere anche da dove proviene una pietra, proprio come sta accadendo con i prodotti di altri settori come la moda e il food. La gioielleria si basa sulla lealtà e se investiremo in questo i clienti ci premieranno essendo leali con noi. Il lusso oggi è anche fiducia».

Alessandro Bogliolo, ceo Tiffany & Co.

Così, entrando in una delle oltre 300 boutique Tiffany nel mondo, innamorati in cerca del solitario perfetto, donne che vogliono farsi un regalo (un segmento in costante crescita) e tutti coloro che desiderano una gemma, ma anche un futuro migliore per il pianeta, troveranno diamanti accompagnati da un certificato che ne racconta le origini.
Una sorta di blockchain su cartiglio, che supera anche le certificazioni ufficiali dell'industria, come quella del Kimberley Process. «Il Kimberley Process è stato cruciale per affrontare il problema dei diamanti provenienti da zone di conflitto, ma oggi le criticità legate all'industria sono molte di più: inquinamento, rispetto dei diritti umani, sfruttamento del lavoro minorile. Per questo credo che dopo 16 anni sia ora di rivederlo – nota il ceo –. Da parte nostra, nel 2020 porteremo ancora oltre Diamond Source: forniremo informazioni anche sui processi artigianali di taglio e lucidatura, che avvengono in laboratori controllati direttamente da noi, per garantire la massima trasparenza anche su queste fasi», prosegue Bogliolo.

«E proprio per tutelare il lavoro delle mani, capaci di donare alle nostre pietre la loro peculiare brillantezza, non useremo mai diamanti sintetici. Peraltro anche la loro produzione industriale esclude quella limitatezza che definisce il lusso. I diamanti naturali hanno miliardi di anni, sono miracoli della natura che brillano grazie alle mani degli uomini». Valori che nessuna macchina sarà in grado di replicare o sostituire.

Proprio nel negozio di Fifth Avenue, però, i cartigli d'identità dei diamanti resteranno nelle teche ancora per poco. A primavera, infatti, inizieranno i lavori che per tre anni chiuderanno la porta di cristallo sotto il celebre Atlas Clock: «Non sarà un mero cambio di arredamento - spiega il ceo -: miglioreremo l'intera esperienza di acquisto, ampliando l'area di vendita per evitare le lunghe file all'ingresso. Vogliamo rispondere alle esigenze dei clienti di oggi, dunque punteremo sui servizi omnichannel, ma rispettando l'anima di questo palazzo iconico non solo per New York, ma per il mondo». L'aria condizionata secondo il XXI secolo.

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