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I dieci anni dello «007» che fa sognare i russi

Sul Sole 24 Ore dell’8 agosto 2009 l’analisi dei primi dieci anni di potere di Vladimir Putin, nominato premier da Boris Eltsin il 9 agosto 1999

di Antonella Scott

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Tra il 2008 e il 2012 Vladimir Putin lasciò il posto di presidente a Dmitrij Medvedev, per non violare il limite di due mandati consecutivi

Sul Sole 24 Ore dell’8 agosto 2009 l’analisi dei primi dieci anni di potere di Vladimir Putin, nominato premier da Boris Eltsin il 9 agosto 1999


4' di lettura

Fu tutto così inatteso e oscuro, all’inizio, che è appropriato partire da una riunione ugualmente avvolta nel mistero. La notte del 20 dicembre 1999, sicuramente notte di gelo e neve, nel quartier generale dell’Fsb, la Lubjanka. Champagne per celebrare la fondazione della Cheka, la polizia segreta di Lenin e Dzerzhinskij. Un uomo si alza per parlare: «Compagni - annuncia - il gruppo di agenti che avete inviato sotto copertura al governo ha compiuto la prima parte della propria missione».

Che Vladimir Putin venisse dal Kgb è più o meno tutto quello che si sapeva quando quattro mesi prima, la mattina del 9 agosto 1999, Boris Eltsin aveva fatto il nome del suo nuovo primo ministro. «Un’eminenza grigia», lo chiamò il New York Times. L’ennesimo cambiamento (il quarto in 17 mesi) di uno zar stanco e insicuro, già in cerca del proprio successore e nello stesso tempo di qualcuno che mettesse il primo presidente di Russia e la sua famiglia al riparo da chiunque volesse indagare sulle ombre degli ultimi dieci anni. Il prezzo da pagare era consegnare il potere all’unica istituzione rimasta solida, decisa a riscattare se stessa e il Paese. Ecco la seconda parte della missione di cui parlava Putin ai suoi: conquistare la presidenza, collocando i propri uomini al cuore del sistema. Aveva 46 anni. Disse: «Non esistono ex agenti dei servizi».

Il 31 dicembre Eltsin uscì per l’ultima volta dal Cremlino, accompagnato da Putin. Gli disse: «Ti affido la Russia». La popolarità del nuovo zar era già schizzata in pochi giorni da zero al 70%: nessuno riuscì mai a far luce sul fatto che in settembre, più di 300 russi erano morti in attentati in cui si sospetta la mano dei servizi segreti, ma che vennero attribuiti ai ribelli ceceni. «Li ricacceremo nelle loro latrine», disse Putin, e scatenò in Cecenia la guerra che Eltsin non aveva saputo portare a termine. I russi erano con lui.

Sono passati dieci anni: nulla ha scalfito la presa di Putin sul paese, malgrado ora il presidente sia un altro e lui sia tornato a capo del governo. Se bastasse un’immagine per dirlo, potrebbe essere questa. Un bar di Pietroburgo, all’inizio di luglio, la televisione è accesa. Nessuno fa caso alle notizie, Dmitrij Medvedev che inaugura il Forum economico internazionale...ma ecco Putin sullo schermo. Si è precipitato a Pikaljovo, una cittadina del nord della Russia che vive su due impianti siderurgici, il crollo della produzione li ha costretti a chiudere. I dipendenti hanno organizzato una protesta che rischia di mettere in discussione la stabilità economica su cui Putin ha basato il successo dei suoi anni al potere, il primo ministro è furibondo. Convoca i dirigenti locali, tra loro il padrone degli impianti, Oleg Deripaska. L’uomo che ha vinto le guerre dell’alluminio negli anni delle privatizzazioni spietate, uno degli oligarchi più ricchi e potenti: non certo un agnellino. Quando Putin gli ordina di firmare l’ordine di riapertura delle fabbriche, Deripaska ubbidisce a testa bassa, e lo sguardo del primo ministro su di lui non lascia dubbi. Putin ha il controllo totale del paese. Tra i tavolini del bar di Pietroburgo, la gente è estasiata.

«Non gli chiedono di essere un politico, non lo considerano responsabile della crisi economica - spiega il sociologo Boris Dubin, del Centro Levada di Mosca - il suo ruolo è personificare la ritrovata grandezza della Russia. Ricostruendo un ponte verso i tempi sovietici, restituendo prestigio al paese, Putin ha risposto alle attese». Non importa tanto risolvere i problemi, come certamente non è stato risolto alla radice quello di Pikaljovo, ma mostrare di avere il controllo sulle persone e sugli avvenimenti. Piombare in un supermercato di Mosca e ordinare di abbassare i prezzi. Annunciare che la questione cecena è stata risolta, e decretare la fine dell’operazione antiterrorismo. Chiudere i rubinetti del gas destinato all’Ucraina per chiarire che in materia energetica è Mosca a dettare le regole. Sacrificare alla grandezza dello stato gli oligarchi ribelli, la libertà dei media, le pratiche elettorali. Risolvere in tre giorni la sfida lanciata un anno fa dal georgiano Mikheil Saakashvili, il tentativo fallito di riprendere il controllo sull’Ossezia ribelle.

Nel gennaio scorso Boris Nemtsov, uno dei leader dell’opposizione, dava un anno di vita a Putin: esaurite le risorse accumulate grazie al petrolio, diceva, il governo non avrebbe più potuto evitare uno scoppio di proteste sociali, sarebbe caduto. Ma è passato l’inverno, i governatori locali si sono affrettati a risolvere le loro Pikaljovo prima che a Mosca se ne accorgessero: e mai, in questi mesi, la popolarità di Putin è scesa sotto un tasso del 76 per cento.

Soltanto una volta, all’inizio della presidenza, i sondaggi lo tradirono. Nell’agosto del 2000, nel mare di Barents, un’esplosione si verificò a bordo del Kursk, gioiello della flotta nucleare russa. Il sottomarino si portò in fondo al mare i suoi 118 uomini, la Russia rifiutò l’aiuto di britannici e norvegesi per tentare di salvarli. E Putin non tornò dalle vacanze. Non solo: qualche settimana dopo, in visita a Washington, apparve al Larry King Show. «Che è successo al sottomarino?», gli chiese l’ospite. «È affondato», rispose Putin: quasi sorridendo, un’espressione indefinibile. YouTube può testimoniarla.

Questo i russi non lo capirono, ma il calo dei consensi - malgrado il lento ritorno all’autoritarismo - non si ripeterà. Non al teatro Dubrovka di Mosca, nel 2002, non due anni dopo in una scuola di Beslan: in entrambi gli attentati Putin rifiutò ogni trattativa con i terroristi caucasici, e la gente capì la sua scelta malgrado gli interventi delle teste di cuoio siano costati la vita a centinaia di ostaggi. Al primo posto, ripeteva il presidente in quei giorni drammatici, viene lo stato.

Ormai nessuno più lo mette in discussione, e forse una delle conseguenze più negative di questi dieci anni è l’indifferenza. «In Russia - spiega il professor Dubin - il 60/70% della popolazione non crede di poter influenzare nulla al di fuori della propria famiglia. La loro impotenza ha creato un clima di passività e di diffidenza». A volte le persone si uniscono per una causa, ma si sciolgono subito dopo aver ottenuto quello che volevano. «La nostra mentalità è la disunione - dice Dubin - siamo come una manciata di sabbia che solo l’acqua può tenere compatta». L’acqua, lo Stato. Putin.

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