il bilancio sui mesi passati

I direttori del personale promuovono lo smart working

Secondo lo studio Gidp-Abbrevia, la stragrande maggioranza degli Hr manager non ha riscontrato problemi con il lavoro da remoto dei dipendenti, ma molti ritengono utili i controlli

di Valentina Maglione

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(kerkezz - stock.adobe.com)

Secondo lo studio Gidp-Abbrevia, la stragrande maggioranza degli Hr manager non ha riscontrato problemi con il lavoro da remoto dei dipendenti, ma molti ritengono utili i controlli


3' di lettura

Con l’emergenza sanitaria il ricorso allo smart working è all’improvviso diventato la regola in tante aziende: soprattutto (e con più facilità) nelle aziende di maggiori dimensioni; ma il lavoro da remoto è entrato anche nelle realtà più piccole, incluse quelle che fino a poco tempo fa lo ritenevano impraticabile. E i primi feedback che arrivano dagli Hr manager sono positivi, con una nota a margine: se la grande maggioranza non ha riscontrato problemi nell’uso dello smart working da parte dei dipendenti, sono in molti a ritenere utili i controlli su chi lavora non in presenza.

È questo il quadro che emerge dall’indagine condotta dall’associazione Gidp (gruppo intersettoriale direttori del personale) e Abbrevia Spa (società investigativa) nell’ambito dell’Osservatorio 2020 sull’assenteismo ai tempi dello smart working, presentata mercoledì 28 ottobre. Si tratta della seconda edizione dello studio: nato come focus sull’assenteismo, quest’anno ha allargato l’analisi al tema dello smart working, entrato prepotentemente nella vita aziendale.

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L’indagine si basa su un campione di circa 80 imprese, per il 55% concentrate nel Nord Ovest, e di dimensioni medio-grandi, con il 25% che ha da 150 a 500 dipendenti e il 37% che supera i 500. Un campione variegato, in cui sono rappresentate le multinazionali e le holding (47%) come le imprese familiari (37%), che operano nei comparti industriali (il 44%), nel campo dei servizi, dalle utilities all’Ict alla consulenza (il 45%), e nel settore del commercio (l’11%).

Il 47% degli intervistati ha dichiarato di avere fatto lavorare in smart working durante l’emergenza più del 50% dei dipendenti. Nel campione esaminato, sono le aziende con più di 500 dipendenti ad avere sfruttato di più lo smart working “totale” (il 28% ha avuto oltre il 91% dei dipendenti “da remoto”) rispetto a quelle di dimensioni più contenute (nelle imprese fino a 149 dipendenti lo smart working totale si ferma al 17% dei casi e in quelle da 150 a 499 dipendenti è al 15%). Quanto ai settori, lo smart working è stato usato di più dalle aziende che operano nel commercio e nei servizi (il 62% ha avuto più della metà dei lavoratori in smart) rispetto a quelle dell’industria (il 26% ha usato lo smart working per più del 50% dei dipendenti). Un esito prevedibile, dato che nel comparto industriale è più frequente che il lavoro debba essere svolto in presenza.

Si tratta di dati riferiti ai mesi scorsi, nel pieno della prima ondata della pandemia. Al momento della somministrazione del questionario, nelle scorse settimane, il ricorso allo smart working si era invece ridotto: le aziende con più della metà dei dipendenti da remoto sono scese al 28% del campione, mentre un quarto delle imprese da 150 a 499 dipendenti ha abbandonato completamente questa modalità di lavoro. Ma, vista la diffusione dei contagi, «la quota di utilizzo dello smart working tornerà a crescere - prevede il presidente di Gidp, Paolo Citterio - anche perché si è rivelato una buona modalità di lavoro, gradita ai dipendenti e conveniente per le aziende».

In effetti, il giudizio dei responsabili del personale delle aziende è positivo: 8 su 10 non hanno riscontrato problematiche nell’utilizzo dello smart working da parte dei dipendenti. E questo benché la regolamentazione di questa modalità di lavoro sia decisamente frammentaria: il 47% del campione non l’ha disciplinata in alcun modo, il 24% ha definito orari e luogo di lavoro, l’8% ha stabilito solo l’orario, il 12% ha dato libertà su orari e luogo ma ha fissato gli obiettivi e il 9% ha solo dato libertà su orari e luogo. Si tratta di regole che sono state formalizzate con un accordo sindacale solo nel 27% dei casi.

L’indagine rivela anche che il rapporto di lavoro da remoto non sempre è senza difficoltà. Tanto che il 56% degli intervistati ritiene utile procedere a controlli sui dipendenti in smart working. E chi ha riscontrato comportamenti scorretti da parte dei dipendenti ha rilevato soprattutto abusi nell’uso del lavoro da remoto.

«I dati confermano il grande utilizzo dello smart working durante l’emergenza - osserva Cosimo Cordaro, amministratore delegato di Abbrevia Spa - ma il 47% di aziende senza disciplina in merito rende evidente come tutto sia ancora in evoluzione. Infatti, quel 56% del campione interessato a controlli sullo smart working e l’individuazione del suo abuso come comportamento scorretto principale nel 2020, mette in luce la necessità di maggiore chiarezza nell’approccio allo strumento».

Per scaricare l'Osservatorio 2020 clicca qui

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