ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùReportage dal Friuli

I doni della Carnia magica e selvatica

Da Ovaro a Timau fino a Zuglio, rapiti dalle vette della Grande Guerra e con sorprese gourmet lungo i sentieri delle antiche pievi

di Maria Luisa Colledani

Il Monte Sernio (2.187 m) sovrasta Paularo ed è detto “il monte delle donne” perché le prime a scalarlo furono le sorelle Anna e Giacoma Grassi

4' di lettura

Le pievi della Carnia sono navi disposte a essere varate fra onde verdeggianti di faggete e abetaie. Le pievi come bussola in una Carnia “laterale” e sorprendente. A Ovaro, ai piedi di sua maestà lo Zoncolan, Santa Maria di Gorto guarda dall’alto in basso la Val Degano, montagna friulana dura e pura. Il biancore della pieve è un faro con il suo piccolo cimitero intorno e l’idea, salendo al sagrato, di ascendere verso la storia che qui ha messo radici nel 1119. La giornata è piena di sole e invita a fermarsi all’hotel-ristorante Aplis affacciato sul Torrente Degano: lo chef Roberto Filaferro è ai fornelli per uno strudel di mele, speck e montasio; per i blecs alla verza e salsiccia o prelibatezze di selvaggina. E c’è tempo per visitare la Segheria e il Museo del Legno che si trovano nella stessa area. Nel 1754 Zuane Crosilla Toscano si era procurato calcina, legname e il materiale per una sega meccanica: da allora le acque del torrente hanno lavorato milioni di metri cubi di legname e le vite di queste vallate.

Bellezze carniche

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Silenzio con vista

Da Ovaro, la Carnia mater, profonda e avvolgente, può proseguire a Ravascletto, un paio d’ore di cammino fra staipe e pianori appena falciati. La sensazione è quella raccontata tante volte da Mario Rigoni Stern: ciò che è selvatico dona la salvezza. Il respiro è pieno del profumo degli abeti e di divertenti sculture in legno lungo il sentiero che porta in paese: gnomi, lupi, marangole, agane. Un mondo magico che affranca dai minuti contati, per arrivare a Zovello, borgo da 200 abitanti appeso al cielo con vista sullo Zoncolan. Il silenzio è padrone, il verde un respiro profondo che dà pace. C’è un solo albergo in paese, da Harry’s, che serve anche ottimi pasti: non perdete i cjarsons (i tortelli carnici) con le erbe preparati da Stella. E quando arriva la sera il buio si accende di stelle.

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I mosaici di Cercivento

I sentieri si intrecciano, i borghi appaiono e scompaiono a ogni scollinamento. Tutto ha un grande ordine che da solo vale la vacanza, come pure l’arte che mette in mostra Cercivento, porta di accesso alla Val Calda. Fra le vie e le case, immensi mosaici e tele raccontano le Sacre Scritture. Con un progetto decennale, il paese si è colorato e la Bibbia a cielo aperto non è solo riflessione di fede ma immersione nella natura in una simbiosi che supera Cristo, Abramo o Mosè: la sensazione nella piazza del paese, fra abetaie e parole bibliche, è simile a quella dei giardini di roccia in Giappone. Non conta solo la religione, ma lo spirito che parla a ognuno di noi. Prima di lasciare Cercivento, una tappa a conoscere i “fusilâts”: erano giovani e belli, combattevano nella Grande Guerra che, quassù, oppose amici, cognati, zii. Che cos’è in fondo un confine? Perché allora rispettare l’ordine di un superiore che imponeva di conquistare di giorno e senza protezione una cima a ridosso di Monte Croce Carnico? Sembrava un attacco suicida: meglio sarebbe stata la stessa operazione di notte e magari con i silenziosi scarpez. Quella proposta fu presa come una contestazione e i quattro alpini, dopo un processo-farsa, furono fucilati nel 1916 ma una legge, da poco varata dalla Regione Friuli-Venezia Giulia, li riabilita e dal 1° luglio, anniversario della fucilazione, Silvio Gaetano Ortis, Giovanni Battista Coradazzi, Basilio Matiz e Angelo Primo Massaro hanno pace.

Tutto è meraviglia, ogni angolo anche piccolo. La notte ci si può fermare a Cercivento, al Bed and breakfast In plàit, magari per scambiare due parole con il proprietario William De Stales, innamorato di vecchi racconti e storie.

Lungo la via Iulia Augusta

Il confine non è lontano: ancora una ventina di chilometri, molti lungo la via Iulia Augusta che collegava la X Regio con il Norico e che hanno frequentato migliaia di friulani in transito verso il Nord Europa. Li chiamavano cramârs, venditori ambulanti che cercavano fortuna altrove perché, come scriveva Girolamo di Porcia nel 1560, «i carnici disponendo di poca terra coltivabile, debbono andar per il mondo». E il mondo adesso viene a cercare la pace della Carnia che finisce a Timau, laddove finì, sulle vette del Pal Piccolo e del Pal Grande anche la meglio gioventù di inizio Novecento. Queste rocce trasudano dolore e storie eroiche: Maria Plozner Mentil era una portatrice carnica, morì nel 1916 ma non la sua anima di roccia.

Ai piedi del Monte Sernio

Dalla valle del torrente But, si può raggiungere - anche a piedi, i sentieri sono puliti e ben segnati - la Val d’Incaroio e, se sarà quasi sera, le pareti dell’immenso Monte Sernio (2187 m) avranno la loro faccia migliore: dorata dal sole che muore. È la “montagna delle donne”: furono le sorelle Anna e Giacoma Grassi a conquistarla per prime, e prima degli uomini, come racconta anche la pièce teatrale scritta da Melania Lunazzi. Ai piedi del Sernio, Paularo vale più di una giornata: palazzi storici dai loggiati solidi e armonici, colorati di gerani, musei preziosi quali La Mozartina con i suoi strumenti a tastiera e l’ecomuseo “I mistîrs”, senza dimenticare quel Jacopo Linussio, imprenditore tessile del ’700 che, fra i primi in Europa, concepì il lavoro femminile a domicilio. La natura è ovunque (cercate la “Palme”, abete policormico, un tronco e sei piante che paiono un candelabro) e la gente accogliente: come la piccola Sofia che sa preparare il the con la menta dell’orto e lo serve da perfetta ospite di casa.

La Val d’Incaroio, con le sue piccole borgate inno di sopravvivenza (fermatevi a Trelli per acquistare gli scarpez di Dina Della Schiava), incontra poi Arta Terme (tutto in auto? Anche tutto a piedi!), dove Giosuè Carducci nel 1885 soggiornò: «a certe ore del giorno, specialmente la mattina e la sera, tra la fragranza degli abeti e il profumo acuto dei fiori, tutta l’aria è un odore, odore sano, acuto, non snervante».

Dalla sua camera all’Albergo Poldo avrà ammirato la Pieve di San Pietro a Zuglio, la romana Iulium Carnicum. Un’altra pieve appesa alla bellezza, tappa finale di quel Cammino delle Pievi che intreccia sentieri, rifugi e fede. Fermate il tempo. Tutto è chiaro quassù: una fantasia di luce, storia e pace.

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