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I «doni» di Pechino per il segretario al Tesoro americano

di Rita Fatiguso

Reuters

3' di lettura

La Cina si prepara ad accogliere il segretario al Tesoro americano, Steven Mnuchin, con una gran messe di doni: ultimo arrivato, i dazi dimezzati dall’attuale 25% sulle auto importate, che seguono, a ruota, l’abolizione del tetto alle joint ventures non solo nell’automotive, ma anche nell’aviazione, nella cantieristica navale e, soprattutto, nei servizi finanziari, conditi, per giunta, dalla robusta promessa di difendere i diritti di proprietà intellettuale.

Si può aspirare a qualcosa di più? Il piatto, in ipotesi, è ricco, almeno per le abitudini cinesi, ma l’ex banchiere, successore del più flessibile avvocato Jacob Lew, segretario al Tesoro del secondo mandato di Barack Obama, una figura molto rispettata dai cinesi, dovrà cambiare davvero rotta e seppellire definitivamente il cosiddetto “U.S.-China Strategic and Economic Dialogue” (S&ED), rimpiazzato un anno fa dall’“U.S.-China Comprehensive Economic Dialogue” (CED) siglato da Donald Trump e Xi Jinping. Obiettivo: permettere - letteralmente - alle due economie di affrontare e risolvere l’insieme delle istanze economiche comuni ai due Paesi, ovvero al più alto livello di dialogo economico bilaterale, tutto incentrato sulle pratiche commerciali.

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Non si tratta di un semplice scambio esclusivo di sigle, ma archiviati i tempi preistorici in cui si discuteva di tasso di cambio dello yuan e dei progressi dell’ormai defunto, da parte americana, Trans-Pacific Partnership (TPP), adesso si punta a un difficilissimo nuovo patto commerciale.

Ce la faranno Cina e Usa a raggiungere una sintesi? Il cambio di passo del negoziato è sostanziale, il terreno è ingombro di macerie, i dazi incrociati delle ultime settimane hanno prodotto sconquassi e, per giunta, il sigillo al dialogo è stato apposto proprio da Steven Mnuchin qualche settimana fa: Pechino - ha detto il segretario al Tesoro - è colpevole di pratiche commerciali sleali.

Non solo: dopo il boccone amaro dello stop a Zte negli Usa i cinesi devono incassare l’apertura - comunicata ieri - di una nuova infrazione nei confronti di Huawei, il terzo produttore al mondo di smartphone dopo l’americana Apple e la sudcoreana Samsung che avrebbe violato, al pari di Zte, il sistema di sanzioni Usa all’Iran. La mossa dà fuoco alle polveri, oltre a rendere minato più che mai il terreno americano per le aziende di Pechino.

I cinesi hanno disinnescato le accuse di imporre tariffe irreali sull’import di auto rivolte da Donald Trump (gli Usa, in effetti, hanno tariffe bassissime, appena 2,5%) ma si ritrovano la strada negli Usa sempre più in salita proprio per le sue aziende di punta.

Per tutto questo l’imminente arrivo a Pechino del segretario al Tesoro dovrà servire, almeno, a riattivare i negoziati economici tra Cina e Stati Uniti, oltre a Steven Mnuchin c’è il segretario al commercio Wilbur Ross, sulla stessa linea di supporto delle pratiche corrette e, soprattutto, di un commercio bilaterale bilanciato.

L’arma più consistente a disposizione dei cinesi resta la squadra creata per affrontare questo nuovo corso, Liu He,eminenza grigia el presidente Xi Jinping per l’economia è ormai vice premier, tesse da mesi la tela dei rapporti con gli americani, affiancato da Zhong Shan, confermato ministro del commercio e dal nuovo ministro delle Finanze, Liu Kun. Senza dimenticare il ruolo che potrà svolgere Wang Qihan, l’ultrasettantenne che Xi ha voluto alla vicepresidenza: Wang non è soltanto l’alleato fedele che ha supportato il consolidamento al potere di Xi in qualità di capo supremo dell’anticorruzione. Wang è la memoria storica proprio di quel “U.S.-China Strategic and Economic Dialogue” (S&ED) nato già dai tempi di Hu Jintao e, oggi, in qualità di vice del presidente Xi, può far sentire tutto il peso della sua esperienza nel negoziato con gli americani.

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