ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùAlta moda a Parigi /3

I drammi dissonanti di Balenciaga, la complessa semplicità di Valentino

Demna rielabora i codici del couturier Cristobal in un trionfo di tecnica. Pierpaolo Piccioli sospeso fra purezza e vistosità allo Chateau du Chantilly. Viktor & Rolf tornano su humor e seduzione

di Angelo Flaccavento

Valentino Haute Couture AI 23-24

3' di lettura

«Nella couture molto è quel che si vede e di più ancora quel che non si vede» dice Demna, spiegando la sua terza collezione di alta moda per Balenciaga, la cinquantaduesima dalla fondazione della maison. Il discorso si potrebbe allargare alla generalità di questa stagione couture molto quieta, incline all'inapparente invece che all'appariscenza, quindi assai poco sorprendente - stando naturalmente al pensiero di quanti sostengono che solo l'inedito e il bold scatenino gli appetiti, ma forse è tempo di cambiare parametri. Demna, nello specifico, si riferisce a una serie di capi trompe l'oeil - jeans, blazer dalle disegnature classiche, cappotti in simulata pelliccia: ennesimo topos d’après Martin Margiela, reso però con una perizia pittorica necessitante settimane di lavoro.

È la sezione intermedia di una collezione riassuntiva dell'ethos scultoreo e drammatico che fu di Cristobal e del gusto acre e dissonante che è di Demna: una alternanza di silhouette a clessidra, suit intonsi, cappotti e giacche mossi dal vento, abiti da ballo, conclusa da una armatura di resina metallizzata. Ai piedi di modelli e modelle - l'offerta al maschile è ampia - scarpe dalla punte sproporzionate. È couture anche la colonna sonora: la voce di Maria Callas ingegneristicamente isolata dall'orchestra e restituita a cappella, lei che non aveva mai registrato in studio. È un trionfo di tecnica, tanto più sorprendente quanto meno è ostentata. Il risultato è impeccabile, conturbante, ma anche, esteticamente parlando, prevedibile, già visto svariate volte tra queste pareti.

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Demna vola come couturier, ma sembra sempre di più vittima del proprio codice, chiuso nella formula, impaurito dall'idea di romperlo, in qualche modo penitente. Il segno è suo ed è forte, la sigla ha una eleganza scabra e drammatica, ma manca un afflato di libertà, che spariglierebbe tutto.

È esangue ma cesellata la prova una tantum di Julien Dossena, direttore creativo di Rabanne (da pochi giorni non più Paco Rabanne) per Gaultier Paris: una interpretazione affilata e composita di numerosi codici dell'universo Gaultier, dalle coppe coniche al punk etnico, dai riferimenti hassidim alla nudità, assemblati in un look stratificato ma alquanto statico, virtuosistico ma privo di slancio. Dossena è un designer di talento, che però fino ad ora si è mosso dentro la lingua di un marchio esistente, con un codice metallurgico. Il limite è evidente in questa collezione: non si capisce dove inizi Gaultier e finisca Paco, principalmente perché bisogna capire dove stia Dossena, e lo styling non aiuta. Mancano di certo sesso e ironia, che invece da Gaultier sono l'essenza.

Victor Rolf, la collezione haute couture per l'AI 23-24

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C'è una buona dose di humor e di seduzione salace da Viktor & Rolf, in quello che appare come un recap o un best of del loro percorso, visto però dal punto di vista della biancheria intima: dalle spalle rialzate ai capi triplicati, torna tutto, scosciato come un bodysuit.

In una stagione di focus sulla tecnica invece che sui vistosi effetti speciali, Pierpaolo Piccioli, da Valentino tenta la conciliazione tra urgenze riduzioniste ed esuberanza opulenta, usando il magnifico scenario dello Château de Chantilly come sfondo. Lo show al tramonto, giù nel giardino, intorno a un laghetto artificiale con fontanella al centro, è una meraviglia di ricongiungimento tra l'umano e il naturale, come solo si poteva concepire tra Sei e Settecento.

Valentino, la collezione haute couture per l'AI 23-24

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La sfida stilistica, però, è alta, e nella collezione l'equilibrio tra eccesso e contegno alla fine non si realizza, sicché è come se due visioni si manifestassero in parallelo, una fatta di drappeggio e pura linea, l'altra vistosa, eccessiva, tutta piume, ori, cristalli. La tensione è esacerbata dall'uso liberissimo e pittorico del colore, che ammanta tutto di tinte piene giustapposte in maniere idiosincratiche. Piccioli è al meglio quando sottrae, e questa stagione lo fa solo in parte. Il detto di Brancusi che lo ispira - «la semplicità è complessità risolta» - non si realizza appieno, ma permane come memento, pungolo, stimolo, perché semplificare, davvero, è un percorso infinito.

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