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Partite Iva: i senior sorpassano gli under 35 e scelgono la flat tax a 65mila euro

Metà dei professionisti e dei lavoratori autonomi che hanno aperto una partita Iva nel 2019 hanno scelto il forfait. Molti i soci di piccole società o componenti di studi associati che hanno chiuso la “ditta”

di Cristiano Dell'Oste e Giovanni Parente

Partite Iva, cosa rischia chi ha scelto la flat tax

Metà dei professionisti e dei lavoratori autonomi che hanno aperto una partita Iva nel 2019 hanno scelto il forfait. Molti i soci di piccole società o componenti di studi associati che hanno chiuso la “ditta”


3' di lettura

Cominciamo dalle cifre. Metà dei professionisti e degli autonomi che hanno aperto una nuova partita Iva nel 2019 hanno optato per il regime forfettario. Per la precisione, il 48,2 per cento. Dato che sale al 66% se si guarda solo alle nuove posizioni aperte dalle persone fisiche. È un tasso di adesione praticamente doppio rispetto a quello registrato dal vecchio regime dei minimi introdotto dall’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti nel 2011. Ed è una conferma del fatto che la
flat tax per le partite Iva è stata prescelta da quasi tutti coloro che hanno ricavi o compensi sotto la soglia dei 65mila euro.

IL TREND

Le aperture di nuove partite Iva e le opzioni per i regimi agevolati Minimi fino al 2014; forfettari o minimi<br/>nel 2015; forfettari dal 2016. (Fonte: elaborazione su dati dipartimento delle Finanze)

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Sarebbe esagerato, però, parlare di un boom di nuove partite Iva. Di fatto, l’aumento su base annua è stato del 6,4% (32.900 nuove posizioni) e il totale non ha superato i picchi del 2014 (quando ci fu la corsa per prenotare il vecchio regime dei minimi) e del 2012 (quando probabilmente la crisi spinse a mettersi in proprio molti giovani disoccupati o dipendenti licenziati). Insomma, l’aumento del limite dei ricavi a 65mila euro - introdotto a partire dal 1° gennaio 2019 dalla penultima legge di Bilancio - sembra essere stato usato soprattutto da soggetti che già avevano una partita Iva e che hanno approfittato della nuova tassazione agevolata.

Vanno in questa direzione anche il dato delle partite Iva relative a società di capitali (-5,7%) e società di persone (-12,9%). Un doppio calo
che dimostra come molti professionisti e autonomi abbiano preferito operare su base individuale anziché societaria. Anche perché il possesso di quote di Snc e Sas è incompatibile con il regime forfettario.

Il dato anagrafico
Interessante anche il dato anagrafico. L’anno scorso quasi metà delle partite Iva è stato aperto da giovani (il 44,8% è riconducibile a under 35). Ma, tra il 2018 e il 2019, sono soprattutto le posizioni attivate dai contribuenti più anziani a essere aumentate (+29,1% su base annua).

Chi sono questi senior della flat tax? I numeri non lo dicono, ma non è azzardato ipotizzare che tra loro ci siano anche molti soci di piccole società o componenti di studi associati che hanno chiuso la “ditta”. Tutti soggetti attratti dal risparmio fiscale, ma anche dalla possibilità di evitare le complicazioni tributarie legate a una eventuale futura cessione dello studio professionale.

Certamente in questa classe di età ci sono anche dipendenti e pensionati con un reddito di lavoro superiore a 30mila euro, che nel 2019 hanno sfruttato la possibilità di entrare nel forfait e che ora si ritrovano esclusi già a far data dal 1° gennaio 2020. Ma è verosimile che molti di questi soggetti avessero già una posizione Iva aperta nel 2018 e che si siano limitati a optare per il forfait.

L’incognita della riforma dell’Irpef
A queste incognite di breve periodo se ne aggiungono altre che sono legate sia alle fibrillazioni politiche della maggioranza giallo-rossa degli ultimi giorni sia all’annunciata riforma dell’Irpef.

La riscrittura dell’imposta dovrebbe essere delineata da un Ddl di delega atteso entro fine aprile. Finora la discussione è stata quasi tutta incentrata su modello, numero di aliquote e scaglioni. Uno dei nodi da sciogliere riguarda, però, la base imponibile, e in particolare le fughe dall’Irpef: vale a dire, le imposte sostitutive che si sono andate stratificando
negli ultimi anni fino a superare i 16 miliardi in termini di gettito per l’Erario (si veda Il Sole 24 Ore del 29 dicembre 2018).

I forfettari pagano proprio una di queste imposte sostitutive: non quella di maggior impatto finanziario, la cui parte principale è rappresentata dalle imposte su dividendi e interessi, ma di sicuro quella che ha avuto un trend crescente di adesioni. Perché oltre alle nuove aperture di partite Iva vanno considerati anche i 285mila nuovi forfettari che sono arrivati dall’Irpef ordinaria nel 2019 così come è emerso dalla dichiarazione Iva presentata lo scorso anno. Questo rende la flat tax al 15% (o addirittura al 5% per le nuove attività) una sorta di regime naturale per le partite Iva non strutturate in forma societaria. Un fattore da non sottovalutare quando si metterà mano al ridisegno complessivo dell’imposta sui redditi delle persone fisiche.

Per approfondire:
Partite Iva nel mirino del fisco: tutti i nuovi controlli
Pensioni, perché la flat tax portoghese avvantaggerà l’Italia

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