#eurodibattito

I falsi alibi degli europeisti nostrani

di Riccardo Perissich

(AFP)

4' di lettura

Mentre sulle colonne di questo giornale si svolge un interessante dibattito sui vantaggi e svantaggi della permanenza dell’Italia nell’euro e quindi nell’Unione europea, in Francia abbiamo assistito sullo stesso tema a un referendum in dimensioni reali. L’Europa è lungi dall’essere perfetta. Essa è però il continente che assicura la migliore sintesi fra prosperità, libertà, democrazia, diritti umani e giustizia sociale. Se questi sono gli ingredienti base della felicità, dovremmo anche essere i più felici. Invece siamo in declino demografico, introversi, ostili all’innovazione, rabbiosi e sempre più pessimisti.

La novità di Emmanuel Macron è che, contrariamente a molti altri leader europei, non ha inseguito i populisti e i pessimisti sul loro terreno; ha basato senza ambiguità la sua campagna sull’Europa e sull’ottimismo contro la candidata del nazionalismo e del pessimismo. Ha capito che per poter cambiare l’Europa bisogna in primo luogo difenderla. Con un pizzico di retorica in più è la versione francese del “ce la possiamo fare” di Angela Merkel.

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È quindi riduttivo leggere il risultato francese solo come scampato pericolo. Dopo anni di sostanziale immobilismo, la costruzione europea bloccata dalla crisi, da Brexit e soprattutto dalla sfiducia reciproca fra Berlino e Parigi, sta per rimettersi in moto. Non sarà né semplice né rapido. Macron dovrà trovare una maggioranza parlamentare dopo le elezioni legislative e riuscire a trasmettere il suo ottimismo e il suo europeismo anche all’insieme di un Paese attraversato da una profonda frattura politica, economica, culturale e sociale. D’altro canto, la sfiducia accumulata a Berlino nei confronti della Francia non si dissiperà così facilmente.

Quali le conseguenze per l’Italia, passata in pochi anni dal più incondizionato entusiasmo europeo al più cupo euro-pessimismo? Gli “europeisti” italiani a cominciare da Renzi, sembrano ricercare l’alibi perfetto di fronte ai populisti: contrapporre Ventotene a Bruxelles denigrando l’Europa che c’è in nome di quella che vorremmo. Sta arrivando la fine della ricreazione. Alla base delle nostre ambiguità ci sono almeno quattro equivoci.

In primo luogo, la svolta francese e i progressi realizzati da Spagna e Portogallo fanno cadere la vulgata della frattura nord/sud. Il rischio per l’Europa siamo noi con il nostro enorme debito, le riforme incompiute, le note debolezze strutturali e un quadro politico instabile e frammentato. Inoltre, la retorica della “fine dell’austerità”. L’Italia ha attraversato la crisi grazie alla protezione della Bce e alla flessibilità costantemente elargita dalla Commissione (i famigerati euroburocrati). Entrambi gli scudi non possono durare in eterno, hanno creato una situazione malsana e hanno aumentato invece di diminuire la sfiducia fra Roma, Berlino e Bruxelles.

Il programma europeo di Macron, riassunto con efficacia su queste colonne da Marco Moussanet, parte da premesse molto diverse. L’auspicata rifondazione dell’Europa non è un “cambio di verso”, ma un progresso graduale: unione bancaria, possibile capacità di bilancio dell’eurozona con l’accento sugli investimenti e l’innovazione, un ministro del Tesoro europeo, con in più una spolverata di politica industriale alla francese. In tutto questo, non una parola sull’austerità, ma la consapevolezza che la Francia sarà autorevole a Berlino solo se sarà credibile il suo programma di riforme interne. La revisione delle regole attuali ne sarebbe un naturale complemento, con il risultato però che esse diventerebbero più efficaci ma anche più rigorose; in altri termini, il superamento di una flessibilità ormai diventata arbitraria.

Il terzo equivoco è di credere che tutto dipenda da un salto istituzionale verso l’unione politica. L’obiettivo è desiderabile, ma troppe sono le versioni in cui è declinato. È un po’ come l’araba fenice: «Che ci sia ognun lo dice, dove sia nessun lo sa». Lo sviluppo delle istituzioni, per quanto necessario, continuerà invece a essere funzionale ai problemi concreti che si vogliono affrontare. La legittimazione dell’Europa agli occhi dei cittadini, come ha giustamente scritto Giorgio Napolitano, dipenderà più da un processo di europeizzazione degli attori politici di cui la campagna elettorale francese è un esempio, che da modifiche istituzionali calate dall’alto. Non sappiamo peraltro quanto Macron potrà e vorrà superare il residuo sovranismo francese. Del resto gli stessi Stati Uniti spesso invocati come esempio, dopo la Convenzione di Filadelfia hanno avuto bisogno di 31 emendamenti, di una guerra civile e di più di un secolo per diventare una federazione compiuta.

Infine, negli ultimi anni l’Italia è stata protetta anche dalla convinzione diffusa che la Francia costituisse un rischio ancora più grave di noi. Macron siederà al tavolo forte di uno storico successo elettorale, del contributo fondamentale che la Francia può dare all’Europa in materia di difesa e di sicurezza, ma soprattutto della credibilità del suo programma di riforme. Noi avremo la nostra importante qualifica di padri fondatori, il peso della terza economia dell’Unione e, si spera, le nostre idee. Avremo anche il fardello delle debolezze ricordate all’inizio di questo articolo. L’errore più grave che potremmo commettere sarebbe di usare il nostro rischio politico, il pericolo di Italexit, come arma di ricatto. Nessuno ce lo perdonerebbe.

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