finanza e climate change

Cambiamento climatico, così i grandi fondi dettano l’agenda a «Big Oil»

di Vitaliano D'Angerio


Il climate change spiegato con i numeri giusti

3' di lettura

Sono stati soprannominati i “new warriors of climate change”. Sono i gestori di fondi comuni, fondi pensione, assicurazioni e fondazioni che hanno preso la bandiera della lotta al cambiamento climatico per farla sventolare sui patrimoni da loro gestiti. In gran parte hanno aderito all’iniziativa “ClimateAction +100” lanciata nel 2017: sono 320 grandi investitori internazionali che hanno circa 33mila miliardi di dollari in gestione. L’elenco è disponibile sul sito dell’associazione (www.climateaction100.org/).

Qualche nome? Allianz Global Investors, Generali, Hsbc Global AM, Lyxor AM, New York City Pension Funds, Ontario Teachers’ Pension Plan. L’elenco è lungo e fra gli aderenti vi sono anche istituzioni religiose come la Chiesa di Inghilterra e quella di Svezia.

L’ultima impresa di questi “guerrieri” risale al 21 maggio scorso: nell’assemblea degli azionisti dell’inglese Bp, sono riusciti a far passare a gran maggioranza la risoluzione che obbliga il gruppo petrolifero britannico a presentare report più dettagliati sull’allineamento degli investimenti con gli obiettivi di contenimento dei gas a effetto serra stabiliti nel 2015 a Parigi.

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Impegno e risoluzioni
Molti investitori istituzionali, e non solo quelli riuniti in ClimateAction+100, mettono quindi alle strette le aziende quotate con varie modalità. Prima di arrivare al confronto finale nel meeting dei soci, c’è però un lungo dialogo: è l’engagement che si traduce nell’iniziale email o telefonata all’investor relator e poi, via via, arriva al confronto con il management aziendale. È quanto accaduto nel caso di Bp e di altri gruppi petroliferi che hanno nella ricerca e raffinazione delle fonti fossili il principale business. Nell’assemblea degli azionisti vi è poi il faccia a faccia decisivo. Senza un’intesa, gli investitori possono scegliere anche di vendere il titolo.

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Fondi pensione e mandato
Il climate change è un dato scientifico ormai consolidato. Ecco perché, soprattutto i fondi pensione, devono fare i conti con i propri iscritti, in particolare con quelli più giovani (millennials). Si chiama mandato fiduciario e si traduce in un semplice interrogativo: perché un neoassunto dovrebbe versare i propri contributi previdenziali a un fondo pensione che investe in fonti fossili? Il neoassunto infatti rischia di dover sopravvivere tra 40 anni su un pianeta che avrà delle temperature ben più alte di quelle attuali se non viene contenuto il riscaldamento causato dai gas serra.

Mark Carney (Bank of England) in prima fila
Le strutture previdenziali del Nord Europa sono tra quelle più pressanti sul versante cambiamento climatico e hanno in Mark Carney il loro condottiero, per restare nella metafora dei guerrieri. Carney è il governatore della Banca d’Inghilterra e anche il presidente del Financial Stability Board (a occupare la poltrona in precedenza era stato Mario Draghi). In questo ruolo, il 30 settembre 2015, ha per primo spiegato agli assicuratori dei Lloyds i rischi corsi senza un’azione di tutto il mondo della finanza per contenere il riscaldamento del pianeta: catastrofi naturali come le alluvioni sempre più frequenti e compagnie assicurative a farne le spese. Il giorno seguente quel 30 settembre la City londinese fece una levata di scudi contro la Cassandra Carney (“Tragedy of Horizon” il titolo della sua relazione). Dopo Carney è arrivato il trattato di Parigi Cop21 e l’Europa ha varato l’Action Plan per salvare l’ambiente e classificare i principali strumenti finanziari della green economy.

Il portafoglio Bankitalia
Un altro banchiere centrale di recente ha fatto parlare di sé a proposito degli investimenti sostenibili. È il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, che nel corso del Festival dello sviluppo sostenibile a Roma ha annunciato il cambio del portafoglio fondi dell’istituto in chiave Esg (ambiente, sociale, governance). In particolare dalla quota azionaria (8 miliardi, 140 società quotate) sono state escluse tra l’altro le aziende produttrici di armi nucleari e biologiche; inoltre verranno privilegiate le «società con i punteggi migliori sui profili Esg secondo la valutazione compiuta da una società specializzata».

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