Fondi Ue

I fondi europei rendono di più se sono investiti in formazione

di Patrizio Bianchi*

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(IMAGOECONOMICA)


3' di lettura

In un recente articolo Gianni Brugnoli, vicepresidente di Confindustria per il Capitale Umano, avanzava l’idea un po’ provocatoria di ridenominare gli Istituti tecnici “Licei tecnici” «per dare il giusto riconoscimento alla loro qualità ed essere attrattivi per le famiglie». Gli istituti tecnici non godono infatti di buona reputazione e vengono tuttora considerati di serie B rispetto ai più titolati licei. Eppure proprio nel non aver dato una giusta attenzione e rispetto alle scuole tecniche e professionali sta un fattore rilevante della debolezza dell’economia e della fragilità della società del nostro Paese.

Questa fragilità è testimoniata dai ben noti risultati dell’indagine Ocse-Pisa e dai drammatici dati sulla dispersione scolastica, che vedono non solo l’Italia lontana dalla media europea, ma denunciano soprattutto il consolidarsi di un’intollerabile divaricazione fra il nord e il sud del Paese. Se la media europea dei ragazzi che non concludono il proprio percorso scolastico si attesta poco sopra il 10%, la media italiana si attesta ben oltre il 15%, crescendo progressivamente verso sud e raggiungendo nelle isole quasi il 25 per cento. Egualmente, il Programma di valutazione delle competenze degli studenti, proposto dall’Ocse con l’acronimo inglese di Pisa (Programme for international student assessment), vede l’Italia largamente sotto la media dei Paesi industrializzati, peggiora andando verso sud, ma scende anche passando dai licei, ai tecnici, alla formazione professionale agli istituti professionali.

Altroché campanello d’allarme, qui sono campane a stormo che ci richiamano alla necessità di affrontare questa emergenza educativa, che ha il suo punto di massima criticità proprio nell’area tecnica-professionale e quindi nell’inderogabile bisogno di rivedere la Riforma Gelmini, che ormai 10 anni fa – con i decreti n.87, 88, 89 del 15 marzo 2010 – ha riordinato rispettivamente gli istituti professionali, i tecnici e i licei, lasciando la formazione professionale alle Regioni.

Questa riforma ha suddiviso nettamente l’orizzonte scolastico fra licei e istituti tecnici-professionali; in questi ultimi l’offerta didattica è stata frammentata in una varietà di indirizzi in cui di fatto hanno perso evidenza e identità i tre profili tecnici – ragioniere, geometra e perito – che avevano costituito i pilastri della crescita industriale dal dopoguerra in poi, fondata largamente sul contributo di questi quadri intermedi portatori di una propria identità professionale e rispetto sociale.

Il necessario rafforzamento degli istituti tecnici passa quindi attraverso la costruzione di una visione complessiva dell’intera area tecnica-professionale, che comprenda in modo organico anche la formazione professionale, gli Its – questi ultimi ancora in cerca di una loro identità – e l’intera gamma di strumenti di accompagnamento scuola-sistema produttivo, dai tirocini alle diverse forme di inserimento lavorativo e più in generale le diverse attività di formazione che si proiettano dentro la vita lavorativa delle persone, oltre ovviamente a una profonda revisione dei rapporti con l’università.

Sulla costruzione e condivisione con le parti sociali di una tale visione d’insieme dell’intera area tecnico-professionale si è basato largamente il successo dell’Emilia-Romagna, che è testimoniato dal dimezzamento della disoccupazione – ridotta dall’11 al 5% negli ultimi cinque anni – e dall’aver portato il tasso di dispersione scolastica sotto la media europea. Un successo che ha il suo punto di forza nell’aver posto la crescita del valore aggiunto regionale come obiettivo da raggiungere in modo concertato.

Il “Patto per il lavoro”, sottoscritto nel 2015 da tutte le componenti sociali e istituzionali della Regione, ha sostenuto in questa prospettiva la decisione di investire la gran parte dei fondi europei su scuola, università e ricerca, a partire proprio da un piano sistematico di rafforzamento della formazione professionale e della sua intersezione con gli istituti professionali e tecnici, come prima leva per innalzare le competenze e quindi la competitività dell’intera economia regionale.

In questi giorni, in cui si stanno rinegoziando e riprogrammando i fondi strutturali europei, il rilancio dell’azione di governo deve fondarsi sul disegno di una politica nazionale per la scuola basata sul triangolo educazione-crescita-eguaglianza, che ha il suo perno nell’educazione tecnico-professionale. Sarebbe la via maestra per uscire dalla palude di una crisi che evidentemente non è più confinata alla sola economia, ma che intacca la stessa natura democratica del nostro Paese.

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