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I fondi puntano su Pandora. Sotto tiro il colosso dei gioielli

di Carlo Festa

3' di lettura

I grandi fondi di private equity studiano il dossier del gigante della gioielleria Pandora, azienda danese (con un’importante presenza in Italia) attiva nella produzione e distribuzione di collane, braccialetti e orologi, terzo produttore del mondo, dopo Cartier e Tiffany. In corsa ci sarebbero grandi gruppi finanziari come Kkr e Bain Capital, che secondo indiscrezioni avrebbero esaminato il dossier. Tra le ipotesi sul tavolo ci sarebbe anche quella di un’offerta sul flottante.

Quella di Pandora è una storia di successo imprenditoriale internazionale e di crisi finanziaria e borsistica improvvisa. Il marchio noto per i ciondoli, i braccialetti personalizzabili, i caratteristici anelli e le particolari collane e orologi, oggi quota con corsi azionari molto depressi: il 40% circa rispetto ai massimi.

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Il suo azionariato è ormai diffuso da qualche anno: l’asset manager statunitense Blackrock ha circa il 5,8% del gruppo danese, seguito da altri giganti internazionali del risparmio come Prudential (2,8%), Vanguard (2,56%), Swedbank (2,47%), Oppenheimer Funds (2,33%) e Norges Bank (2,33%).

Pandora è stata fondata nel 1982 dall’imprenditore Per Enevoldsen: tutto è iniziato a Copenaghen con un negozio di gioielli a conduzione familiare. Il successo è arrivato negli anni successivi quando l’azienda si è affermata come marchio globale.

Proprio i private equity hanno portato al successo il gruppo: il fondo danese Axcel ha comprato il 60% delle azioni dalla famiglia Enevoldsen nel 2008 e ha poi accompagnato in Borsa l’azienda.

Le azioni, per un totale di quasi 2 miliardi di dollari, sono state vendute in una delle più grandi Ipo europee del 2010, quando Pandora arrivo a capitalizzare circa 27 miliardi di corone danesi.

L’Italia è tra le aree di mercato più rilevanti al mondo per Pandora: il mercato mondiale della gioielleria vale 289 miliardi di dollari, mentre il Belpaese vale circa 4 miliardi di vendite all’anno per i produttori e distributori. In questo contesto il brand danese ha una quota di mercato dell’11% in Italia, al pari di quella posseduta nel Regno Unito.

La crisi per Pandora è iniziata nell’ultimo anno e mezzo: colpa di risultati ampiamente sotto le stime, dopo una crescita a doppia cifra che era durata diversi anni. Lo scorso agosto il Ceo di Pandora, Anders Colding Friis, ha lasciato il suo incarico. I risultati del secondo trimestre, affiancati da un profit warning, sono stati ampiamente sotto le attese, con ricavi a 4,8 miliardi di corone danesi (circa 646 milioni di euro) con una crescita del 4%, nella parte bassa delle attese (+4-7%), già riviste rispetto alle precedenti previsioni (+7-10%).

Tra i fattori di rallentamento anche la forte competizione proveniente dalla Cina (un mercato enorme con 94 miliardi di valore per la gioielleria), con casi di contraffazione denunciati dall’azienda danese oltre alla minore attività di innovazione sui prodotti. Ora Pandora quota 6,5 volte il proprio margine operativo lordo prospettico e 8 volte il rapporto tra prezzo e utili.

Insomma, si tratta di un target perfetto per i private equity interessati a rilanciare un’azienda in temporanea crisi. In particolare, un’operazione su Pandora è stata studiata per lungo tempo da gruppi finanziari come il colosso americano Kkr, ma anche altri private equity come Bain Capital e Carlyle avrebbero sotto esame il dossier. Senza dimenticare i fondi attivisti che potrebbero puntare ad entrare nell’azionariato per pilotare le scelte del management e creare valore.

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