antiriciclaggio

I gestori di criptovalute non sfuggono più ai vincoli

Esteso l’ambito di applicazione della direttiva destinata agli operatori di portafogli digitali

di Valerio Vallefuoco


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(IMAGOECONOMICA)

3' di lettura

Nell’Unione europea e di conseguenza in Italia è divenuta sempre più attuale e meritevole di regolamentazione la tematica delle valute virtuali in materia di antiriciclaggio. Con l’emanazione della direttiva Ue 2018/843 (la quinta direttiva antiriciclaggio) il Consiglio e il Parlamento europeo hanno previsto una serie di disposizioni con la specifica finalità di andare a rafforzare e implementare le disposizioni della quarta direttiva.

Proli ferazione di zone grigie
L’introduzione di nuove tecnologie finanziarie, come nuove forme di pagamento che non erano oggetto di regolamentazione o addirittura soggette a deroghe vistose, andavano a minare la trasparenza delle operazioni finanziarie delle società e degli altri soggetti giuridici, così da consentire la proliferazione di zone grigie in cui soggetti criminali hanno spazio di manovra per poter perpetrare azioni terroristiche. Particolare rilevo normativo quindi rivestono le disposizioni che aggiungono due importanti previsioni indicando come soggetti obbligati i prestatori di servizi la cui attività consiste nella fornitura di servizi di cambio tra valute virtuali e valute aventi corso forzoso.

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Più soggetti obbligati
Si indicano altresì come soggetti obbligati alla normativa antiriciclaggio Ue i prestatori di portafoglio digitale. La previsione ha come proposito ultimo quello di allargare la sfera di soggetti obbligati all’osservazione di norme in materia di antiriciclaggio e in questo modo prevenire e limitare possibili attività illecite. Altra importante modifica della V direttiva (si vedano articolo 1, paragrafo 2, punti 18 e 19) riguarda la definizione rispettivamente di «valute virtuali» e «prestatore di servizi di portafoglio digitale».

Valuta virtuale
Viene definita come «una rappresentazione di valore digitale che non è emessa o garantita da una banca centrale o da un ente pubblico, non è necessariamente legata a una valuta legalmente istituita, non possiede lo status giuridico di valuta o moneta, ma è accettata da persone fisiche e giuridiche come mezzo di scambio e può essere trasferita, memorizzata e scambiata elettronicamente».

Prestatore di servizi di portafoglio digitale
Viene definito come «un soggetto che fornisce servizi di salvaguardia di chiavi crittografiche private per conto dei propri clienti, al fine di detenere, memorizzare e trasferire valute virtuali».

In ambito nazionale il legislatore ha recepito la direttiva Ue 2018/843 con l’emanazione del Dlgs 125/2019, che a sua volta modifica i titoli I, II, III e V del Dlgs 231/2007 in materia di prevenzione all’utilizzo del sistema finanziario a scopo di riciclaggio dei proventi di attività criminose e di finanziamento del terrorismo. Con le modifiche apportate dal Dlgs 125/2019 sia la valuta virtuale che tutti i prestatori di servizi sia relativi all’utilizzo di valuta virtuale che di portafoglio virtuale rientranonella normativa antiriciclaggio e di contrasto al finanziamento del terrorismo e ne sono quindi pienamente soggetti agli obblighi e alle relative sanzioni.

La legislazione nazionale
Ma vediamo nel dettaglio. L’articolo 1, comma 2 lettera f), del Dlgs 125/2019 riformula la definizione di prestatore di servizi relativo all’utilizzo della valuta virtuale contenuta nell’articolo 1, comma 2, lettera ff) prevedendola come ogni persona fisica o giuridica che fornisce a terzi, a titolo professionale, anche online, servizi funzionali all’utilizzo, allo scambio alla conservazione da ovvero in valute aventi corso legale o in rappresentazioni digitali di valore, ivi comprese quelle convertibili in altre valute virtuali nonché i servizi di emissione offerta trasferimento e compensazione e ogni altro servizio funzionale all’acquisizione, alla negoziazione, o all’intermediazione nello scambio delle medesime valute.

L’articolo 1, comma 2 lettera g), del Dlgs 125/2019 si preoccupa, invece, di introdurre ex novo la lettera ff-bis) del Dlgs 231/2007 con la quale definisce i prestatori di servizi di portafoglio digitale come «ogni persona fisica o giuridica che fornisce a terzi, a titolo professionale, anche online, servizi di salvaguardia di chiavi crittografiche private per conto dei propri clienti, al fine di detenere, memorizzare e trasferire valute virtuali». Sulla scia delle disposizioni comunitarie, proprio l’ articolo 1, comma 2, con la lettera h) va a ridefinire in modo più analitico la definizione di «valuta virtuale» contenuta alla lettera qq) del Dlgs 231/2007. La valuta virtuale viene definita come «la rappresentazione digitale di valore non emessa né garantita da una banca centrale o da un’autorità pubblica, non necessariamente collegata a una valuta avente corso legale, utilizzata come mezzo di scambio per l’acquisto di beni e servizi o per finalità di investimento e trasferita, archiviata e negoziata elettronicamente».

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