mercati emergenti

I gestori guardano all’Asia e al Brasile

Piacciono anche il Perù, l’Indonesia, il Cile e la Malaysia

di Marzia Redaelli


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(Ansa/Ap)

3' di lettura

Da una parte l’atteggiamento morbido delle banche centrali, che con bassi tassi d’interesse favoriscono i flussi sui mercati emergenti. Dall’altra le tensioni internazionali che, viceversa, aumentano i rischi per le economie più vulnerabili. Il clima dei paesi in via di sviluppo resta variabile e il cielo degli investitori è spesso attraversato da nuvoloni neri.

Banche centrali a supporto
«La Federal Reserve, la banca centrale statunitense - spiega Pierluigi Ansuinelli, gestore di Franklin Templeton - potrebbe tagliare ancora i tassi e l’inversione di rotta da una politica restrittiva ha almeno due importanti effetti sui mercati emergenti: in primis induce altre banche centrali a politiche accomodanti che contribuiscono a migliorare le condizioni finanziarie globali, che sono un importante fattore di traino per i paesi in via di sviluppo; inoltre, permette di riconsiderare le opportunità del debito emergente, vista la compressione dei rendimenti obbligazionari nei paesi sviluppati».

L’allentamento monetario corale ha già preso avvio e nei giorni scorsi la banca centrale dell’India, quella della Thailandia e la neozelandese hanno abbassato il costo del denaro.

«Nei prossimi sei mesi - aggiunge Magda Branet, gestore dei mercati emergenti di Candriam - Brasile, Indonesia, Sudafrica, Malaysia e la Repubblica Ceca dovrebbero tagliare i tassi, con un effetto positivo sulle obbligazioni in valuta locale e a cascata su quelle in valuta forte».

Il freno delle tensioni politiche
Tra le cause principali dell’instabilità finanziaria c’è la guerra dei dazi, che riguarda in primo luogo la Cina, ma si riverbera su tutto il globo, Europa compresa. La battaglia tra Washington e Pechino non è però l’unico focolaio di incertezza.

«Il pericolo di sanzioni - precisa Branet - è in aumento per diversi paesi tra cui la Russia e la Turchia. Le obbligazioni russe in valuta forte non riflettono il pericolo di ulteriori sanzioni Usa, mentre i rendimenti delle obbligazioni turche si sono già alzati e hanno più margine per assorbire uno shock».

Dove c’è rischio, però, c’è spesso diversità di vedute. Per la casa di investimento Pictet, per esempio, su tassi, credito e valuta russa c’è ancora spazio di apprezzamento, perché le sanzioni non dovrebbero arrivare entro breve.

«Preferiamo - continua Branet - i paesi che hanno spazio per tagliare i tassi, quindi con piccoli squilibri esterni: quelli dell’Europa centrale e orientale, il Perù, il Cile e la maggior parte delle economie asiatiche. Ci piace anche il debito sovrano in valuta forte dell’Ucraina e dell’Egitto, che godono di un percorso fiscale in miglioramento e dell’egida dell’Fmi.Viceversa, evitiamo Tunisia, Pakistan e Sri Lanka, dovei conti pubblici sono in peggioramento».

Asia in pole position
Lo scenario politico è appesantito dalle ostilità in Asia.

Ad Hong Kong monta la protesta contro il governo cinese; la borsa dell’ex colonia britannica, considerata un avamposto per il libero scambio, ha perso il 13% negli ultimi tre mesi sull’onda della ribellione che blocca l’aeroporto, le strade e intralcia lo svolgimento delle attività quotidiane, oltre che porre domande sul futuro della Grande Cina. In India, dove il presidente Modi è alle prese con una complessa e lunga trasformazione economica, la revoca dello statuto speciale al Kashmir aumenta le ostilità con il Pakistan, che controlla una parte della regione “cuscinetto” tra i due nemici storici.

Tuttavia, i gestori che offrono strumenti di investimento specializzati sui mercati emergenti insistono sulle prospettive di lungo periodo. In India e in Cina la popolazione cresce in modo esponenziale, i salari e i consumi salgono e l’innovazione tecnologica fa da propulsore. Col tempo, lo sviluppo dell’economia domestica protegge contro fattori esterni come le guerre commerciali o il rialzo dei tassi di interesse americani. «Tendiamo a privilegiare società legate alla domanda interna - spiega Hugh Young, managing director di Aberdeen Standard Investments Asia -:quelle del settore alimentare, dell’assistenza sanitaria, del turismo e dei servizi finanziari, che espongono alla crescita strutturale. Ma anche i produttori di materiali, per esempio del cemento, sostenuti dallo sviluppo delle infrastrutture e le aziende immobiliari, spinte dall’urbanizzazione».

Nel frattempo, l’emersione economica della Cina e la maggiore facilità di accesso ai mercati azionari spostano gli investitori su altri mercati dell’area, come l’Indonesia.

Sud America sotto la lente
In Sudamerica, dove la temperatura politica è sempre sul punto di infuocarsi, i gestori vedono delle opportunità. Secondo Pictet, le obbligazioni messicane in valuta locale offrono rendimenti reali interessanti, mentre le argentine sono più appetibili in dollari o euro, ma sono più rischiose e la discesa dell’inflazione dipende anche dalla rielezione del presidente Macri (a ottobre), che si è impegnato nel contenimento dei prezzi. In Brasile, la situazione è più tranquilla: «Le azioni e le obbligazioni in valuta locale sono interessanti - sostiene Ansuinelli -; la riforma delle pensioni procede e porterà un risparmio fiscale; inoltre, il governo punta a un’economia con ridotti interventi statali, supportata da una banca centrale indipendente».

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