IL PRIMATO (NEGATIVO)

I giorni senza governo: da domani la crisi più lunga (come Amato nel ’92)

di Riccardo Ferrazza

Roma, lo studio di Giuseppe Conte


3' di lettura

Riuscirà il professore di diritto privato Giuseppe Conte, indicato dai “diarchi” Di Maio e Salvini e incaricato dal capo dello Stato di formare il governo giallo-verde, a giurare nelle mani del presidente della Repubblica con i suoi ministri riuniti nel salone delle feste al Quirinale entro domani? Dopo uno stallo che si trascina dal 4 marzo (data delle elezioni politiche), un giorno in più o uno in meno sembrerebbe fare poca differenza. Eppure l’eventuale slittamento a domenica (o più tardi) della cerimonia dopo la quale presidente del Consiglio e membri del gabinetto assumono le loro funzioni, porterebbe a eguagliare un primato: la crisi post-voto più lunga nella storia della Repubblica.

Con il trascorre dei giorni e dei giri di consultazioni condotti dal Capo dello Stato (oltre mille minuti di colloqui distribuiti nei sei giri condotti dal Capo dello Stato) per trovare una soluzione di fronte a risultati elettorali con due semi-vincitori fino all’individuazione del quasi sconosciuto avvocato pugliese sono stati raggiunti e superati i peggiori risultati del passato. Gli ultimi a cadere, lo scorso 5 maggio, sono stati i precedenti dei governi Letta e Cossiga I (62 giorni di gestazione in entrambi i casi). C’è un solo caso non ancora eguagliato: quello datato 1992, quando ci volle un processo di elaborazione di 83 giorni (calcolati dal voto al giuramento) per vedere nascere il primo governo guidato da un altro professore che a differenza di Conte aveva però un solida esperienza politica ed era conosciuto: Giuliano Amato. Ebbene, proprio domani il contatore segnerà 83 giorni dal voto di inizio marzo. Per non ritorvarsi alla guida del governo più lento a nascere, il professore Conte dovrebbe avere pronta già oggi la lista dei minisitri da presentare al Capo dello Stato (il nodo resta l’Economia), al quale poi spetterà il vaglio dei nomi e la nomina. Difficile, però, che il giuramento possa avvenire già domani.

La coincidenza nei numeri spinge alla ricerca di analogie nei fatti. Nella cronologia della storia recente il 1992 è ricordato come l’anno di Tangentopoli e segnato come la data di morte della Prima Repubblica: tra i fattori che rallentarono e non poco la nascita del governo uscito dalle elezioni del 5 e 6 aprile di quell’anno ci furono le dimissioni del Capo dello Stato Francesco Cossiga con gesto che segnalò ai partiti tradizionali che un’epoca era al tramonto. Il 2018, invece, sarà ricordato come quello in cui la Seconda Repubblica ha ceduto il passo alla Terza, caratterizzata dall’ascesa di forze “populiste”. Insomma, in entrambi i casi si può parlare della fine di un’epoca.

Ma il 1992 è anche l’anno in cui fu siglato il Trattato di Maastricht, premessa per la moneta unica europea. Uno dei suoi autori fu Guido Carli, ministro del Tesoro del governo Andreotti (in precedenza governatore della Banca d’Italia e presidente di Confindustria) che gestì le trattative con gli altri undici Paesi. Carli, come ha ricordato lo scorso aprile il Capo dello Stato Sergio Mattarella, negoziò «clausole di flessibilità, come quella dell’utilizzo di criteri di convergenza graduale nel rapporto debito pubblico/prodotto interno lordo, consentì all’Italia l’approdo alla moneta unica nel gruppo di testa». Nel 2018 Movimento 5 Stelle e Lega vorrebbero per quell’incarico nel loro governo uno degli allievi e principali collaboratori di Carli, l’economista Paolo Savona, scelto però per le posizioni lontane dal maestro in quanto anti-euro. Le tesi del professore cagliaritano sull’Europa, anti-tedesche e contrarie ai parametri di Maastricht nella convinzione che la moneta unica non possa sopravvivere a lungo, sono la ragione della contrarietà del Quirinale al suo ingresso nel primo governo giallo-verde che vuole essere di «cambiamento».

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