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I Greci e la follia: genio o malattia?

La definizione di follia, le osservazioni sulle sofferenze del paziente e la sua responsabilità denotano l’ attualità del pensiero antico

di Véronique Boudon-Millot

Maria Callas nella Medea di Pier Paolo Pasolini, 1969 (Afp)

5' di lettura

La Grecia antica, teatro di innumerevoli scoperte e di progressi decisivi in vari
ambiti scientifici (matematica, fisica, astronomia, medicina…), è spesso celebrata per il
suo rapporto con la razionalità – a prescindere d'altronde dal senso esatto attribuito alla
parola nelle diverse culture. Eppure il pensiero ellenico, come altri in precedenza e anche
successivi ad esso, ha dovuto confrontarsi con l'altra faccia della stessa medaglia:
l'incursione tanto improvvisa quanto sconvolgente, in certi atti e discorsi, di un fenomeno
percepito da chi vi assiste, in una determinata società ed epoca, come l'irruzione
dell'irrazionale

1. Se in greco si usa un unico termine, mania, per indicare la follia nel suo complesso, i Greci intuirono presto l'esistenza di vari tipi di follia e operarono allora una distinzione tra una forma cupa e terrificante di pazzia, che poteva anche risolversi in omicidio, e una forma più allegra che poteva avere qualche rapporto con la passione amorosa e perfino con il genio scientifico.E come accadde spesso in Grecia, è prima attraverso il mito e le sue forme di espressione più ammirate, l'epopea e la tragedia, che i Greci cercarono di avvicinarsi a queste varie realtà.

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Aiace e Medea

I casi di Aiace e Medea sono, al riguardo, emblematici delle stragi provocate dal primo tipo di follia, che potremmo definire follia furiosa. Così, a scatenare la collera di Aiace, nell'Iliade e nell'eponima tragedia di Sofocle, è, ricordiamolo, una rivalità tipicamente umana tra i due personaggi, Aiace e Ulisse, che entrambi vogliono aggiudicarsi le armi del valoroso Achille, morto combattendo i Troiani. E all'origine della follia di Aiace c'è un altro sentimento anch'esso molto banale: il risentimento per non aver ricevuto le armi, attribuite a Ulisse, benché gli spettassero legittimamente in quanto amico di Achille. Il resto è storia.

La collera di Aiace si trasforma in follia sanguinaria, l'eroe a cui Atena ha tolto il senno massacra il bestiame degli Achei credendo di infierire sui compagni di Ulisse e, tornato in sé e pieno di vergogna per il disonorevole errore, decide di togliersi la vita.Un'altra vertiginosa caduta nel baratro della follia è quella della Medea di Euripide, la donna abbandonata dallo sposo per cui aveva sacrificato tutto, non avendo esitato a tradire il proprio padre e uccidere il proprio fratello per seguire il bello straniero recatosi in Colchide per rubare il vello d'oro. La vendetta della sposa oltraggiata sarà terribile. Non contenta di eliminare la rivale, Medea ucciderà anche i propri figli per “ridurre in frantumi” il cuore del padre.

Da Omero a Sofocle ed Euripide

Da Omero a Sofocle ed Euripide, vediamo che la follia si abbatte senza discriminazione su uomini e donne, nascendo in entrambi i casi da un dispiacere provocato da un'ingiustizia che presto si trasforma in collera incontrollabile e, infine, in follia sanguinaria. Ma il parallelo finisce qui perché il mito, per sua natura, si presta volentieri a varie interpretazioni. Infatti anche gli dèi hanno a volte la propria parte di responsabilità nella vicenda, come nel caso di Aiace che commette il terribile errore perché Atena gli ha confuso la mente.

Il gesto di Medea

Il gesto di Medea invece, almeno nella versione di Euripide, risulta da un sottile misto di fredda lucidità (l'omicida pianifica accuratamente il crimine) e follia disperata. Per questo motivo, fin dall'antichità, le motivazioni di Medea (E. R. Dodds, The Greeks and the irrational, Berkeley-Los Angeles-Oxford, 1962) sono state al centro di un dibattito tra filosofi e medici per determinare se la madre infanticida avesse soprattutto agito per calcolo o ceduto a una folle passione.

Ma oltre a questa follia sanguinaria, dietro cui l'intervento degli dèi fa talvolta capolino, i Greci hanno riconosciuto l'esistenza di una follia più sorridente alla quale attribuivano alcune virtù. È Platone che formula più chiaramente quest'idea nel Fedro (244a), spiegando che “i beni più grandi ci provengono da una follia (mania) che ci viene concessa per dono divino”, e siccome quello che proviene dagli dèi è superiore a ciò che nasce nel mondo degli uomini questo tipo di follia è in realtà superiore alla saggezza.

Follia “ispirata” Platone

All'interno di questa follia “ispirata” Platone individua quattro diverse forme: la follia amorosa (ispirata dalla persona amata), la follia profetica o mantica (di ispirazione divina),quella telestica (ispirata dalla celebrazione religiosa dei misteri) e la follia poetica (ispirata dalle Muse).

Le forme più nobili dell'attività umana, come la poesia o la filosofia, hanno quindi rapporti necessariamente ambigui con la follia. Sempre nel Fedro (249d) si può leggere:“Siccome si allontana dalle occupazioni umane e si rivolge al divino, [il saggio] viene accusato dai più di essere fuori di senno, ma sfugge ai più che egli, invece, è invasato da un dio.”

In effetti la follia è raramente oggetto di consenso e la distrazione dello scienziato o del saggio che, ad immagine di Talete, rischia di cadere in un pozzo perché staguardando al cielo, è generalmente derisa dalla gente. Più tardi, Erasmo, nel suo Elogio della follia (1521), ammetterà che “preferisce apparire pazzo e privo di iniziativa, piuttosto che mostrarsi assennato tenendosi la rabbia in corpo”.Ma come riconoscere con certezza quest'amabile follia e soprattutto come distinguerla dalla malattia dell'anima che ci fa soffrire e fa soffrire gli altri, e richiede quindi l'intervento del medico? Un aneddoto che mette in scena Democrito illustra perfettamente quanto è difficile distinguere la follia dal genio ma anche il ruolo che deve ricoprire il medico. Una delle lettere (Lettera 17) allegate al corpus ippocratico tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C. racconta come gli abitanti di Abdera, temendo che il loro concittadino Democrito, in preda a un riso irrefrenabile, fosse diventato pazzo, decisero di chiamare in aiuto il più grande medico dell'epoca, Ippocrate di Coo. Arrivato sul posto, quest'ultimo trova il filosofo in mezzo ai suoi libri e a carcasse di animali sezionati, intento a trovare “la natura e la sede della bile che, come sai, dice Democrito a Ippocrate, è comunemente la causa della follia quando sovrabbonda”. Gli abitanti di Abdera, al contempo rassicurati e stupiti di sapere che, in fin dei conti, il loro concittadino “stava ridendo della follia degli uomini”, assistono alla discussione sulle origini e le cause della follia avviata dai due scienziati.Di fronte a ogni azione ritenuta insensata i Greci hanno infatti cercato di operare una distinzione tra quel che era riconducibile, secondo loro, all'errore di giudizio (amartèma) e quel che rientrava nell'ambito della passione (pathos). A proposito di Medea, il filosofo e il medico, in questo caso Crisippo e Galeno, sono concordi nel dire che la madre infanticida non ha commesso il suo crimine in base ad una decisione ragionata –la poca lucidità che le restava le consentì soltanto di intravedere il carattere abominevole del proprio gesto – ma per passione, essendo la sua azione il risultato di una forza irrazionale.E alla domanda se tali eccessi dipendessero da una “malattia dell'anima”, i Greci,che usano la stessa parola (pathos) per indicare la passione e la malattia, hanno generalmente risposto in senso affermativo

Sensibili all'argomento di Platone sugli effetti del vino che provoca ebbrezza e offusca l'anima quando viene consumato in eccesso, i medici ippocratici hanno cercato di individuare le cause della follia in uno squilibrio del temperamento del corpo, distinguendo tra una follia fredda che intorpidisce le funzioni psichiche e una follia calda che produce deliri agitati e persino violenti. Tuttavia nel trattato in cui afferma che “le facoltà dell'anima seguono i temperamenti del corpo”, Galeno confessa di non riuscire a capire il meccanismo di tale disturbo e dichiara con umiltà che non ha trovato “perché un eccesso di bile gialla nel cervello porta alla follia (paraphrosunè), uno di bile nera alla malinconia (mélancolia), e perché il flegma e ingenerale i refrigeranti sono causa di letarghi (lèthargoi) in seguito ai quali soffriamo di danni alla memoria e all'intelligenza, né perché la cicuta provoca pazzia (môria)”.

Oggi le interrogazioni e le esitazioni dei Greci continuano a ispirare i dibattiti della psichiatria contemporanea, in particolare riguardo la definizione di follia, le sofferenze del paziente e la sua responsabilità, illustrando ancora una volta il carattere del tutto attuale del pensiero antico.

Véronique Boudon-Millot (Paris CNRS-Sorbonne Université)

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