Rapporto aie

I lettori non aumentano ma l’editoria italiana cresce (+2,8%) anche grazie all’estero

di Serena Uccello


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(Franco Cavassi / AGF)

3' di lettura

Dati positivi per il terzo anno. Abbastanza per dire che l’editoria italiana sembra aver individuato la strada per crescere e lasciarsi alle spalle la crisi. Secondo infatti Rapporto sullo stato dell'editoria in Italia 2018, a cura dell'Ufficio Studi dell'Associazione Italiana Editori (AIE), diffuso in occasione dell’apertura della Fiera di Francoforte, il mercato del libro ha chiuso il 2017 con 2,773miliardi di euro di fatturato. Ma soprattutto la percentuale di incremento è progressiva: +0,2% nel 2015; +1,2% nel 2016; +2,8% nel 2017 . Questo a netto del peso di Amazon (stime) e dell’usato che fanno diventare i miliardi 3,104 (+4,5%).

Elemento cruciale: è aumentata, registrano gli Editori, la capacità di proporre e vendere diritti degli autori italiani sui mercati stranieri (non più solo di titoli per bambini e ragazzi, ma anche di narrativa) e di realizzare coedizioni. «Nel 2017 le case editrici italiane hanno venduto all'estero complessivamente 7.230 diritti di edizione ai loro colleghi stranieri e hanno comprato diritti per 9.290
titoli». Questo vuol dire che rispetto al 2016 si assiste a una crescita del 10,1% nelle vendite all'estero e a un calo del 2,5% nell'acquisto. «In un settore come questo, - prosegue il report - è sugli andamenti di medio-lungo periodo che si possono però apprezzare meglio le trasformazioni del settore che attengono alle dinamiche di internazionalizzazione, e autoriali. Le vendite di diritti all'estero hanno avuto una crescita media annua dal 2001 del +18,9%. L'acquisto di diritti di edizione a sua volta fa segnare un più modesto +4,5 per cento».

Altri elementi positivi sono l’aumento delle case editrici (4.902 le case editrici quelle che hanno pubblicato almeno un titolo nel corso dell'anno. Rispetto al 2010 sono attive sul mercato 755 nuove case editrici che devono cercare di posizionare il loro marchio e il loro progetto editoriale in libreria, nella distribuzione e presso segmenti più o meno specializzati di lettori); la crescita di titoli su carta (72.059 titoli , in crescita rispetto al 2016 del 9,2%): un incremento che riguarda tutti i generi. «All'interno della varia (68.022 novità, +8,7%), crescono la fiction italiana e straniera (+9,6% compresa la narrativa Young Adult) e la non fiction pratica (manualistica: +4,9%); i libri per ragazzi, dopo la battuta d'arresto del 2016, segnano un +13,7%; la non fiction generale (saggistica) registra un + 1,9% e la non fiction specialistica (professionale) un +2%. Il lettore trova oggi a sua disposizione più titoli (di piccoli come di grandi editori), più catalogo, prezzi e formati diversi tra cui scegliere rispetto a quanto non avveniva anni fa. Il catalogo di libri in commercio (i «titoli commercialmente vivi») raggiunge 1,092milioni (+5,7%).

Tutto questo nonostante resti stabile il numero dei lettori. « I dati Istat dell'indagine quinquennale (che si fermano al 2016 e considerano anche
i lettori «inconsapevoli» e per motivi professionali e scolastici) e i dati dell'Osservatorio AIE (che considerano persone che hanno letto, anche solo in parte, un libro un e-book o un audiolibro nei 12 mesi precedenti, di qualunque genere), indicano una sostanziale stabilità della lettura, sia dei soli libri (Istat:
59%; Osservatorio AIE: 61%) sia dei nuovi mix di formati e modi di leggere su dispositivi diversi».

La fotografia è chiara: «Il basso indice di lettura costituisce il principale problema di crescita dell'editoria nazionale». Ciò significa, denuncia Aie, «avere un bacino di potenziali clienti più piccolo rispetto a quello delle altre editorie continentali con cui la nostra editoria si confronta. Gran parte dei deboli lettori sono a loro volta deboli acquirenti (sono 11,1milioni di persone che generano
circa 15,9milioni di copie vendute)».

Siamo dunque sempre meno formati. Secondo infatti i dati OCSE-PISA sulle competenze di comprensione dei testi e di lettura - che risultano essere i più bassi tra i Paesi avanzati - tra i ceti dirigenti e professionali il 38,1% non legge alcun libro e tra gli stessi laureati il 32,3% non legge nessun libro nel tempo libero. «Dietro questi numeri ci sono cambiamenti nell'uso del tempo, contrazioni del reddito, smarrimento e sfiducia rispetto a quelli che tradizionalmente erano ritenuti gli ascensori sociali: in primo luogo l'occupazione, ma anche l'istruzione, il titolo di studio, le abitudini di lettura, i consumi culturali, il possesso di una biblioteca domestica».

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