Il Pd oltre Renzi, verso il congresso

I «liberal» dem: riformismo radicale contro i populisti

di Emilia Patta

L’ex viceministro dell’Economia Enrico Morando

3' di lettura

«La funzione dei riformisti non può e non deve essere quella di chi tenta di “addomesticare” il populismo, tramite alleanza con tutto o parte di questo schieramento, ma quella di costruire una credibile alternativa di governo, capace di dimostrare e convincere che la democrazia liberale può tornare ad essere la forma di stato migliore per rispondere alle aspettative dei cittadini».

Il falso problema del rapporto con il M5s
Partono da qui, con l’occhio rivolto al discusso rapporto con il M5s, le tesi congressuali che l’area “liberal” dell’associazione Libertà eguale mette a disposizione del Pd. Enrico Morando, Giorgio Tonini e Stefano Ceccanti (per fare solo alcuni dei nomi più noti) non si rivolgono solo all’area renziana ma anche a Nicola Zingaretti, unico candidato finora in campo, e ai suoi grandi elettori Dario Franceschini e Paolo Gentiloni. E in effetti il rapporto con il M5s e con quella parte dell’elettorato pentastellato che votava centrosinistra, al centro del dibattito interno al Pd dai giorni delle consultazioni al Quirinale per la formazione del governo, si annuncia come tema centrale del prossimo congresso dem (la data non è ancora stata fissata ma il segretario reggente Maurizio Martina ha parlato di primarie conclusive a gennaio). Eppure quello di una possibile futura alleanza con il M5s - ipotesi evidentemente non di stretta attualità - è un tema agitato strumentalmente sia dallo stesso Matteo Renzi sia dai suoi avversari interni, e rischia di oscurare il tema di fondo: quale riformismo per il Pd post-Renzi? bisogna abbandonare la strada delle riforme economiche seguita dagli ultimi governi democratici per rappresentare meglio la vasta platea degli «sconfitti della globalizzazione» come sembra evocare la sinistra del partito?

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Quale riformismo per il Pd post-Renzi?
Le tesi congressuali di Libertà eguale sono un tentativo per alzare il livello del confronto oltre lo scontro tra nomenclature, e non a caso sono un contributo messo a disposizione di tutti senza legarsi a un nome e a una candidatura. Questa, in sostanza, la tesi dei “liberal”: la risposta al populismo non può essere quella di inseguirli sui temi per rassicurare i «perdenti della globalizzazione», ma deve essere quella di un riformismo ancora più radicale. E dunque più Europa per superare il “sentiero stretto” del debito e rilanciare gli investimenti (bilancio dell’area Euro, politica fiscale dell’area euro, ministro dell’Economia della zona euro); flessibilità «ben intesa» del mercato del lavoro anche attraverso la decentralizzazione della contrattazione; attenta coniugazione di «merito» e «bisogno»; sistema istituzionale ed elettorale francese per riprendere il filo interrotto della riforma delle istituzioni. Insomma, superare l’era Renzi non deve significare buttare a mare le riforme degli ultimi anni.

Il caso della Buona scuola
Non manca naturalmente l’indicazione degli errori compiuti, come la sottovalutazione della “questione Sud” o l’eccessiva cautela della riforma Buona scuola. Cautela che ha finito per scontentare tutti e ritorcersi con forza contro il Pd. Interessante, in particolare, l’analisi sulla Buona scuola. «Autonomia degli istituti scolastici, valutazione di tutto e di tutti, alternanza scuola-lavoro - i capisaldi della Buona scuola - non si sono accompagnati alla piena ed effettiva responsabilizzazione dei dirigenti, all’introduzione di una vera e propria carriera degli insegnanti, alla forte differenziazione dei loro salari in rapporto ai risultati raggiunti, alla esplicita introduzione di dispari opportunità positive a favore degli Istituti e degli alunni delle realtà sociali più difficili». Il problema non è dunque nell’aver messo in campo la riforma, ma nel non essere stati abbastanza radicali.

I tabù della giustizia e dell’immigrazione
Le tesi di Libertà eguale sfidano anche alcuni tabù storici della sinistra come i temi della giustizia e dell’immigrazione. E se sulla giustizia si dice l’indicibile, ossia che è venuto il momento di «un intervento che, ferma restando l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, distingua più nettamente al suo interno la funzione e la carriera dei magistrati requirenti da quelle giudicanti», sul tema sentitissimo dei migranti si sfida «l’estremismo dell’apertura senza limiti» attraverso una «politica selettiva» dei migranti economici «perché venire in Italia è un’opportunità e non un diritto».

Ce ne è, o ce ne sarebbe, abbastanza per una seria discussione sul futuro del Pd. E in questo senso va il contributo dei “liberal” dem. Perché il congresso che sta per aprirsi rischia altrimenti di ridursi alla resa dei conti finale tra nomenclature. Esattamente quello di cui il tanto evocato popolo dem non ha bisogno.

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