Opinioni

Bisogna favorire una maggiore mobilità

di Massimo Carlo Giannini

5' di lettura

Puntuale come il dibattito sulla dieta ideale per l'estate o sul calciomercato non poteva mancare anche quest'anno quello sugli scandali nei concorsi universitari, all'insegna degli immancabili baroni che fanno e disfano a loro piacimento. Insomma viene di nuovo apparecchiata davanti a una pubblica opinione bombardata da mille vicende, un'immagine del mondo accademico in cui corruzione, nepotismo e malaffare la fanno da padroni. Naturalmente la magistratura, come giusto, indaga, le autorità ministeriali promettono inchieste e provvedimenti severi e i mass media passano rapidamente a qualche altro argomento. Sino al prossimo scandalo.

In questo scenario vale la pena di provare analizzare i problemi, così da mettere a fuoco cosa non funziona nei meccanismi di selezione del personale universitario. Al netto degli aspetti penali della questione, i diversi scandali sui concorsi hanno come minimo comun denominatore non l'esistenza di una Spectre fatta di perfidi professori che pianificano e compiono malefatte d'ogni tipo, ma il quadro normativo attuale, dato dalla legge n. 240 del 30 dicembre 2010. Presentata a suo tempo come la fine del baronaggio accademico, essa ha attribuito alle Università la competenza sulle procedure concorsuali locali, con il risultato che tutte si sono date norme, le più varie e arzigogolate, volte unicamente a garantire la vittoria del candidato predeterminato. Il tutto in modo perfettamente rispettoso delle forme di legge. Si tratta, in sostanza, di un sistema di cooptazione, fondato sulla scelta del soggetto da inserire nell'Università a opera di coloro che fanno già parte dei ranghi universitari, che la legge 240 ha consentito di travestire da concorso pubblico. Una cooptazione di riffa o di raffa che, va detto per onestà, vige in molti ambiti della società italiana: dalla magistratura al giornalismo, dalla burocrazia centrale a quella regionale e via scendendo per li rami di un Paese che era ed è profondamente corporativo.

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Sia chiaro: ciò non è di per sé né un male, né un bene, ma rappresenta un elemento strutturale che stimola comportamenti poco trasparenti, poco virtuosi e di dubbia utilità. Ossia l'esatto contrario di cui avremmo bisogno, perché anziché scegliere il candidato migliore per un determinato posto, si sceglie quello a chilometro zero (più affidabile, già conosciuto e sempre grato). È chiaro insomma che il quadro normativo rende meno rilevanti le qualità scientifiche dei neo-assunti, rispetto non solo alle tradizionali appartenenze sociali e corporative, ma soprattutto a quelle claniche o clientelari legate al mitico “territorio”, che finiscono per contare persino più delle famose “cordate” baronali.

Un altro problema creato dalla legge 240 è la cancellazione di ogni tipo di mobilità dei docenti universitari. Ponendo fine a uno degli elementi che hanno caratterizzato la storia delle Università, vale a dire la circolazione di docenti e studenti da un ateneo all'altro, le norme del 2010 hanno reso ricercatori e professori soggetti immobili, condannati a compiere le loro carriere nella stessa Università in cui si sono laureati e hanno conseguito il Dottorato di ricerca. Prima della legge 240 esistevano significativi incentivi alla mobilità inter-universitaria dei docenti, poi più nulla. Tale situazione rende l'Italia, insieme alla Spagna, un unicum nel panorama europeo attuale, dove viceversa è normale che, nell'arco della loro carriera, ricercatori e professori lavorino in diversi centri di ricerca e istituzioni universitarie. È evidente infatti che l'immobilità assoluta dei docenti va a discapito della qualità della ricerca e della didattica.

A tutto questo si sono andati sommando in maniera perversa due altri fattori: la costante riduzione del budget universitario nazionale e la creazione del sistema dei cosiddetti “punti organico” (ossia il contingente di posti che annualmente le singole Università possono bandire). Ambedue questi meccanismi sono funzionali alla riduzione del corpo accademico cominciato da circa un decennio e tutt'ora in atto. In parole povere il sistema dei punti organico induce le Università a prediligere la promozione di coloro che già sono in servizio presso di loro, in quanto consuma meno “punti” e risorse rispetto all'assunzione di soggetti esterni (siano essi già inseriti nei ranghi di un altro ateneo o meno), permettendo al contempo un maggior numero di avanzamenti di carriera interni.
In sintesi il combinato disposto tra gli effetti della legge 240 (con i concorsi gestiti localmente e l'azzeramento della mobilità) e quelli derivanti dalla massiccia riduzione degli investimenti destinati all'assunzione di nuovi ricercatori e alla promozione dei docenti già in ruolo sospinge gli Atenei a un localismo sempre più asfittico. Localismo segnato talora da larvate forme di discriminazione verso docenti/candidati “forestieri” considerati come predatori di punti organico e risorse. Tutto questo - è inutile dirlo - produrrà seri danni negli anni a venire sulla qualità di ricerca e didattica universitaria.

Per completare il quadro l'Abilitazione Scientifica Nazionale, pensata dalla legge 240 come la patente indispensabile ad accedere ai concorsi banditi dai singoli atenei, ha di fatto prodotto - complice l'assenza di un tetto numerico legato a un calcolo del fabbisogno di personale - una massa di abilitati/aspiranti all'ingresso nei ranghi accademici o all'avanzamento di carriera, del tutto incompatibile con le scelte di bilancio dei diversi governi che da un ventennio si sono succeduti.

Occorre dunque ripensare il binomio reclutamento/avanzamento in maniera coraggiosa e sensata il binomio reclutamento/avanzamento: molte sono le strade percorribili (concorsi con commissioni nazionali sorteggiate che assegnano i posti disponibili; abilitazione scientifica nazionale a numero chiuso e così via), ma, in ogni caso, è essenziale che nuove e ponderate norme promuovano un'effettiva trasparenza e uniformità delle procedure concorsuali in tutte le Università e che sia istituito un sistema di reali controlli e interventi che ora è del tutto assente. Oggi non solo ciascun ateneo fa i concorsi come vuole, ma, ciò che è peggio il Ministero non interviene. Le misure annunciate ieri su questo giornale circa controlli ministeriali su un campione del 10% dei concorsi locali appaiono inefficaci, dato che - è facile profetizzare - potranno solo confermare il rispetto formale della legge.

È il tempo di soluzioni volte a promuovere una cooptazione virtuosa che scoraggi il più possibile la scelta di candidati predeterminati o a chilometro zero e renda responsabili in prima persona le commissioni di selezione, i direttori di Dipartimento e i rettori dei risultati scientifici conseguiti ex post dai vincitori di concorso. In altri termini se un'Università sceglie un candidato scadente, i risultati da questi conseguiti in termini di valutazione della ricerca dovranno ricadere sul Dipartimento e sui commissari che l'hanno voluto.

In alternativa continueremo a dilettarci con concorsi truccati e baroni ancora per molte estati, all'insegna del “fa caldo, concorso ladro”!

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