mirabilia: industria e arte

I manifesti di Metlicovitz, un genio formato gigante

di Stefano Salis

Mele - Casa primaria di confezioni, 1907 circa, cromolitografia su carta, 206 x 295 cm, non firmato, Museo Nazionale Collezione Salce, Treviso (inv. 1068)

2' di lettura

Certamente un artista non è sicuro del destino della sua opera e, ancora meno, quando le circostanze, la percezione, a volte la diffidenza dichiarata ostacolano il suo lavoro. Capita che, anche a un secolo di distanza, per dire, l’opera di un genio artistico come quella di Leopoldo Metlicovitz venga ridotta al rango della qualifica di “cartellonista”, non rendendosi conto che, indipendemente dal supporto nel quale un’arte si esplica – poster e locandine di grande formato, in questo caso – e dal tipo di sfruttamento che ne viene fatto – pubblicità commerciale – la qualità è ben evidente e supera di molto altro che qualifichiamo “normalmente” come «arte». Discorso vecchio, e più volte fatto: ma di lampante attualità se vi capita di andare a Trieste al Museo Revoltella e vedere la mostra dedicata al grande artista cittadino in occasione del 150° della nascita. Perché, se vedete la sfilata dei suoi manifesti e li paragonate alla grande maggioranza dei quadri custoditi nelle sale adiacenti, vi accorgete immediatamente chi merita il museo e chi, oggi, lascia perplessi. Per il museo Metlicovitz (come tutti i suoi “discendenti”, da Dudovich a Cappiello fino a Signac o Testa) ha dovuto aspettare il collezionista privato, nel suo caso Salce, che indicasse con chiarezza, nella tenacia della raccolta, che si trattava di arte, senza altre specificazioni.

Moda, film e industria: i manifesti geniali di Leopoldo Metlicovitz

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E dunque la mostra al Museo Revoltella e allo Schmidl (fino al 17 marzo, e poi a Treviso, al Museo Salce dal 6 aprile fino ad agosto), risarcisce la sua maestria: del resto, quelle decine di manifesti memorabili, dedicati a prodotti commerciali e industriali (dall’aquila del Fernet Branca, che dovrebbe essere sua, ai bellissimi della Ditta Mele di Napoli), ma anche a grandi eventi come l’Expo di Milano del 1906, a famose opere liriche (Madama Butterfly, Manon Lescaut, Turandot) e a film dell’epoca del muto (primo fra tutti Cabiria, storico precursore del kolossal), sono, nel nostro immaginario, documenti visivi e artistici molto più eloquenti e presenti di tanti quadri coevi.

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E la forza “industriale” della sua arte è semmai una carta in più: direttore artistico per decenni alle Officine Grafiche Ricordi di Milano, esperto della cromolitografia, la cifra degli “avvisi figurati” (così li chiamavano allora) di Metlicovitz, affissi a muri e palizzate, mutò il volto delle città con il suo vivace cromatismo, segnando anche in Italia la nascita della pubblicità, sintonizzata su quanto il “modernismo” internazionale andava proponendo. È questa «l’arte del desiderio» che felicemente titola l’esposizione, la sua prima grande retrospettiva monografica, ed era ben ora. Nel suo scarno allestimento, la mostra, curata da Roberto Curci e diretta da Laura Carlini Fanfogna e da Marta Mazza, propone l’intero arco della produzione dell'artista: 73 manifesti (alcuni “giganti”), tre dipinti e una ricca selezione di cartoline, copertine di riviste, spartiti, in otto sezioni espositive (i manifesti teatrali sono a Palazzo Gopcevich) si avvale di un prezioso catalogo, d’ora in poi punto di riferimento per gli studi sull’artista. Ma è la festa per gli occhi la cosa principale che vi resterà: e, dopo un secolo, suscitarla ancora è la prova provata che parliamo di arte.

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