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I media (inquinati) come l’ambiente e il bisogno di una nuova ecologia

Fausto Colombo si rifà alla più recente sensibilità ecologica nei confronti dell’ambiente fisico in cui viviamo per lanciare un allarme e un appello a salvaguardare anche lo spazio digitale in cui tutti ormai ci muoviamo comunemente

di Massimo Donaddio

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Fausto Colombo si rifà alla più recente sensibilità ecologica nei confronti dell’ambiente fisico in cui viviamo per lanciare un allarme e un appello a salvaguardare anche lo spazio digitale in cui tutti ormai ci muoviamo comunemente


4' di lettura

La comunicazione come il nostro pianeta Terra, soggetta a inquinamento e bisognosa urgentemente di una nuova attitudine ecologica, prima che sia troppo tardi e venga corrotta definitivamente. Il paragone è di Fausto Colombo, docente di Teoria della comunicazione e dei media all'Università Cattolica di Milano, fresco autore di un agile saggio per Vita e Pensiero dal titolo “Ecologia dei media. Manifesto per una comunicazione gentile”.

Un ambiente inquinato

Giustamente l'autore si rifà alla più recente sensibilità ecologica nei confronti dell'ambiente fisico in cui viviamo, testimoniato tra gli altri da papa Francesco e dall'enciclica Laudato si' come dal movimento di Greta Thunberg e dei “Fridays for future”, per lanciare un allarme e un appello a salvaguardare anche lo spazio digitale in cui tutti ormai ci muoviamo comunemente, affinché sia sempre più preservato da tendenze e comportamenti distorti che rischiano di renderlo sempre meno abitabile da molti a causa dei discorsi d’odio che spesso riempiono il web e in particolare i social network, le conoscenze false (fake news), l’esibizionismo ma anche il controllo e monitoraggio continuo degli utenti da parte della grandi piattaforme online.

La sfida di Colombo, allora, è quella di stimolare il lettore a riflettere sulla qualità della comunicazione attuale, per poter scegliere con maggiore consapevolezza come utilizzare i media, nel tentativo (titanico?) di guidarli verso una direzione più proficua e anche più rispettosa della dignità umana e di coloro – uomini e donne, e ancora di più i minori – che ne hanno fatto uno spazio in cui “abitare” e vivere.

La società mediatizzata

Questa tendenza contemporanea è così forte che a buon diritto gli studiosi parlano di una società – la nostra – mediatizzata, cioè completamente permeata dalle tecnologie della comunicazione e dove i grandi colossi che a questo ambito fanno riferimento (come Google, Facebook, Apple, ma anche Amazon e Microsoft) sono diventati le più grandi realtà economiche del pianeta, inaugurando quello che alcuni chiamano il “capitalismo digitale”.

D'altronde la gestione di un numero immenso di dati, anche personali, degli utenti (attraverso gli algoritmi) e la loro conversione in “fatturato” – attraverso la pubblicità ma non solo – suscitano inevitabili domande sull'uso da parte delle grandi compagnie di questi dati e sulla loro concentrazione nelle mani di poche imprese di dimensioni gigantesche, il cui obiettivo principale è comunque generare utili. La nuova merce fondamentale del “capitalismo digitale” è così rappresentata dai comportamenti degli utenti, in quanto trasformabili in dati, poi rivendibili sul mercato al migliore offerente, sia in ambito commerciale che politico-ideologico.

Come la plastica

«È inevitabile – scrive Colombo – che media così pervasivi impattino sulla nostra vita su diversi piani, e che pongano questioni, per così dire, di eccesso, di inquinamento». Un azzeccato paragone dell'autore è quello con la plastica: una scoperta rivoluzionaria, oggi però fonte di rischi a causa della eccessiva diffusione e delle difficoltà di smaltimento. La quantità di informazioni disponibili a un utente è ormai tale, infatti, che diventa sempre più difficile – per chi non è sufficientemente avvertito e preparato – difendersi da contenuti di dubbia attendibilità o qualità.

Questi rischi di degenerazione comunicativa non devono sorprenderci eccessivamente. Nella storia molte volte i media sono stati utilizzati in maniera distorta per plasmare un immaginario negativo ai danni dei “diversi”, delle minoranze, degli stranieri, fino alle aberrazioni della propaganda fascista e nazista, che proprio sui discorsi d’odio, sul pregiudizio (così come sulla censura delle opinioni non allineate) hanno costruito la loro triste e drammatica parabola. La disinformazione, la manipolazione, la subordinazione dell’informazione ai puri interessi economici, la svalutazione delle competenze e delle conoscenze certificate nel nome di una ben più “democratica” ignoranza e inconsapevole ingenuità, non sono invenzioni di oggi. Quelli che sono cambiati sono i mezzi – sempre più avanzati e pervasivi – attraverso cui si veicolano le informazioni e quindi il contesto generale di fondo in cui tutti ci troviamo (che alcuni autori chiamano infosfera), con possibilità sempre più sofisticate di creare notizie e storie false (vedi il caso dei deepfake).

Restare umani

Infine l'autore tratta anche la questione del rispetto reciproco tra i vari interlocutori dello spazio digitale: il web, e i social in particolare, non sono certo esenti da pratiche di violenza verbale, inganno, violazione dell'intimità e così via, dato che ciascuno di noi non è più solo fruitore di informazioni ma utente attivo della comunicazione in rete. Per questo – afferma Colombo – la comunicazione è un bene prezioso da salvaguardare e preservare dall'inquinamento e in particolare perché: definisce l’appartenenza alla nostra specie umana; è lo strumento principale per la nostra apertura al mondo che ci circonda; è ciò che ci fa incontrare e ci fa riconoscere tra noi. Per questi motivi, conclude l’autore, la comunicazione che meglio ci definisce è una comunicazione “gentile”, cioè che possa caratterizzare l'appartenenza a una medesima gens, ossia famiglia, alla comunità di destino che in fondo è la famiglia umana nel suo complesso.

Fausto Colombo
Ecologia dei media. Manifesto per una comunicazione gentile
Vita e Pensiero, 114 pagine, 13 euro

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