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I mercati non si fermano, Piazza Affari restò operativa anche in guerra

L’amministratore delegato di Borsa Italiana, Raffaele Jerusalmi, ha confermato la completa operatività del mercato come nel resto del mondo dove l’attività sulle piazze finanziarie continua

di Flavia Carletti

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(REUTERS)

L’amministratore delegato di Borsa Italiana, Raffaele Jerusalmi, ha confermato la completa operatività del mercato come nel resto del mondo dove l’attività sulle piazze finanziarie continua


3' di lettura

L’emergenza Coronavirus non ferma le contrattazioni sui mercati finanziari. La richiesta di fermare la Borsa è arrivata nelle ultime ore in Italia da alcuni esponenti politici e da qualche investitore. L’amministratore delegato di Borsa Italiana, Raffaele Jerusalmi, ha confermato la completa operatività del mercato come nel resto del mondo dove l’attività sulle piazze finanziarie continua, nonostante le forti tensioni provocate dal diffondersi del virus Covid-19.

Come si legge sul sito di Borsa Italiana, Piazza Affari ha mantenuto la sua operatività, seppure in misura "drasticamente ridotta”, tra il 1942 e il 1945 “anche sotto i bombardamenti”. In caso di eventi estremi, capaci di influenzare in maniera molto pesante gli scambi, i mercati hanno comunque regole diverse e nel passato sono state anche prese decisioni differenti.

S top Nyse con le Torri Gemelle. Virus ha fermato Shanghai
Se l’11 settembre 2001, dopo gli attentati terroristici a New York e al Pentagono, la Borsa di Londra chiuse le contrattazioni in anticipo, Piazza Affari rispettò gli orari regolari di contrattazioni, registrando nel finale un calo del 7,59% per l’allora Mib 30 (oggi Ftse Mib). In quella occasione anche il Nyse vide la sua attività bloccarsi, per l’evacuazione della sede che si trovava a due passi dalle Torri Gemelle.

Le Borse cinesi di Shanghai e Shenzhen, con l’annuncio al mondo del nuovo virus da parte della Cina, a inizio di quest’anno hanno visto allungarsi il periodo di chiusura previsto per le festività del nuovo anno lunare. Chiuse per festività dal 24 gennaio, avrebbero dovuto riaprire venerdì 31 gennaio, hanno invece ripreso le contrattazioni lunedì 3 febbraio, con un calo del 7%.

Non è la prima volta che la Cina mette in campo misure straordinarie sui mercati finanziari. A inizio 2016, dopo la forte flessione registrata dalla Borsa di Shanghai nel 2015, il governo cinese introdusse un nuovo “circuit breaker” per cercare di dare stabilità al mercato. La regola messa in campo in quella occasione prevedeva uno stop di 15 minuti in caso di flessione degli indici di più del 5% e una chiusura anticipata degli scambi in caso di flessione sopra il 7%. Entro la prima settimana di gennaio 2016, le Borse di Shanghai e Shenzhen furono chiuse due volte prima dell’orario previsto per ribassi superiori alla soglia del 7%.

Circuit breaker dopo il Black Monday del 1987
L'idea di mettere dei freni al “panic selling” non è nata in Cina:
l'inserimento di uno o più “circuit breaker” in grado di fermare la corsa alle vendite per riportare stabilità al mercato è stato concepito negli Usa. Se ne iniziò a parlare dopo il Black Monday, il 19 ottobre 1987, quando l'S&P500 perse il 20% in una seduta e il Dow Jones quasi il 22%. Furono introdotte le prime regole nel 1989, successivamente modificate nel 1997 e poi ancora nel 2008 e nel 2016.

Le soglie anti crollo dell'S&P500
Attualmente sono previste tre soglie per cercare di fermare un eventuale crollo dell'S&P500: in caso di calo dell'indice di oltre 7 punti percentuali, c'e' uno stop di 15 minuti alle contrattazioni (come avvenuto lunedì 9 marzo); nel caso la flessione dovesse superare il 13%, altri 15 minuti di stop (se succede entro 55 dall'apertura); in calo di crollo di oltre il 20%, si va a una chiusura anticipata degli scambi. È previsto un sistema analogo a soglie anche per il Dow Jones. Per l'S&P500 l'unico evento storico che avrebbe portato a una chiusura anticipata è il Black Monday. Nell'ottobre 1997, la Borsa Usa registrò un altro crollo ma all'epoca era in vigore un sistema di “blocco” a punti e non a percentuale. La Borsa di Milano non prevede “circuit breaker” sugli indici. Ci sono regole relative all'andamento dei singoli titoli, che possono entrare in asta di volatilità nel caso il prezzo di un ordine si scosti oltre certi parametri. Anche la Borsa di Londra e quella di Francoforte hanno meccanismi come quello italiano, legati ai singoli titoli e non agli indici. Fuori dall'Europa, ci sono altre Borse che hanno sistemi simili a quelli di Wall Street. Le Borse dei Paesi del Golfo Persico prevedono uno stop alle contrattazioni, con chiusura anticipata, in caso di calo superiore al 10% o di rialzo sopra il 15%. La Borsa di San Paolo in Brasile adotta un sistema a soglie, con uno stop di 30 minuti agli scambi se l'indice di riferimento scende di oltre 10 punti percentuali.

(Il Sole 24 Ore Radiocor)

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