le stime del def

I migranti costano 5 miliardi, ma senza di loro sarà boom del debito

di Marzio Bartoloni


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(ANSA)

3' di lettura

L’emergenza migranti ha un costo pesante per l’Italia. Che continua a crescere nonostante gli sbarchi da metà dell’anno scorso siano più che dimezzati : nel 2017 - spiega il Def appena approvato dal Governo - abbiamo speso 4,3 miliardi e quest’anno il conto per l’accoglienza potrebbe diventare ancora più salato raggiungendo i 5 miliardi. Ma il Documento di economia e finanza va oltre la contabilità immediata pubblicando una simulazione che ribalta almeno nel lungo periodo l’impatto negativo sui conti pubblici dell’immigrazione, stimando che un calo del 33% dei flussi migratori - necessari a fronte di un continuo invecchiamento della popolazione - farebbe aumentare il debito pubblico entro il 2070 di ben 22 punti di Pil.

Calano gli sbarchi
Il Def ricorda innanzitutto come a partire dalla seconda metà del 2017 - grazie a una serie di misure (dall’attivazione di nuovi hotspot agli accordi con la Libia) - si sia registrato un forte calo degli sbarchi che nella seconda parte del 2017 si sono ridotti del 67,7 per cento. Un andamento confermato anche nei primi 3 mesi di quest’anno con cali oltre il 70% anche se negli ultimi giorni con il bel tempo sono ripresi gli sbarchi. La riduzione dei flussi non ha però abbassato i costi dell’accoglienza per l’Italia visto che « le presenze nelle strutture - ricorda il Def - hanno visto un andamento crescente, dalle 176 mila unità attestate a fine 2016 alle oltre 183 mila a fine 2017, con picchi fino a oltre 193 mila a settembre 2017». La maggior parte dei rifugiati è poi ospitata in strutture provvisorie, «poiché i servizi convenzionali a livello centrale e locale hanno capienza limitata».

Il costo non si riduce, ma cresce
Il Governo ha calcolato che la spesa per le operazioni di soccorso, assistenza sanitaria, accoglienza e istruzione ha raggiunto nel 2017 quota 4,3 miliardi (lo 0,25% del Pil). Quale sarà l’impatto quest’anno? «Considerando una perdurante capacità nel frenare gli arrivi, la previsione di spesa da sostenere nel 2018 è compresa tra 4,6 e 5 miliardi», risponde il Def. Che avverte come la diminuzione degli sbarchi non si rifletta «in una proporzionale riduzione della permanenza di persone con necessità di accoglienza (circa 174 mila sono presenti nelle strutture a inizio aprile 2018), anche per i limitati esiti dei piani Ue di ricollocamento» (solo 12 mila sui 35mila preventivati). «In attesa che si concretizzi una politica europea comune, l’Italia continuerà quindi - aggiunge il Def - a sostenere un onere attorno allo 0,26 - 0,28 per cento del Pil per la gestione della frontiera esterna dell’Unione».

L'IMPATTO ECONOMICO DELL'EMERGENZA MIGRANTI


L’effetto sul debito dei migranti
Nel Def il Governo ricorda come l’invecchiamento della popolazione sia uno degli aspetti più critici che l’Italia dovrà affrontare nel corso dei prossimi decenni per la sostenibilità dei nostri conti pubblici. E a questo riguardo, aggiunge il Documento, «assume particolare importanza valutare adeguatamente il peso dei flussi migratori attesi misurando il loro impatto sulle finanze pubbliche italiane». Da qui l’esercizio statistico che i tecnici del Mef hanno realizzato sulla base di due possibili scenari demografici elaborati ad hoc da Eurostat: il primo ipotizza un aumento dell’immigrazione del 33% fino al 2070; il secondo un calo identico per i prossimi 50 anni. L’evoluzione del debito pubblico nei due scenari alternativi è confrontata con quella base senza cambiamenti. Qual è il risultato? A parità di saldo primario strutturale del 2021 e dato il livello del debito iniziale di partenza, un aumento del flusso netto migratorio del 33 per cento a partire dal 2018 permetterebbe di diminuire sensibilmente il rapporto debito/Pil rispetto all’ipotesi base, «con una riduzione media di circa 19 punti di Pil nel periodo 2018-2070». Per contro, la diminuzione del flusso netto migratorio dal 2018 - sempre del 33% - avrebbe l’effetto di incrementare il debito, con un aumento medio rispetto all’ipotesi base «di circa 22 punti di il tra il 2018 e il 2070».

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