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I musei rilanciano il Bauhaus

di Silvia Anna Barrilà e Maria Adelaide Marchesoni

Werner Rohde «Großstadt», 1925, Collage e acquarello su carta, 29,5 x 24,2 cm. Courtesy Galerie Berinson, Berlin

3' di lettura

La Germania si prepara a festeggiare nel 2019 il 100° anniversario di Bauhaus: una scuola che in meno di 14 anni – dalla fondazione nel 1919 a Weimar per iniziativa dell’architetto Walter Gropius alla chiusura forzata imposta dal nazismo nel ’33 – ha marcato in modo indelebile l’età moderna con il suo approccio interdisciplinare, sperimentale, capace di coniugare arte, artigianato e tecnologia in modo nuovo, per creare un’opera d’arte totale in grado di influenzare effettivamente la vita dell’uomo comune.

I tre musei tedeschi che ne conservano l’eredità nelle città già sedi della scuola stanno ampliando le loro strutture grazie a importi milionari finanziati dal governo e dai rispettivi stati federati: 23 milioni di euro a Weimar (sede della scuola nel 1919-25 con Walter Gropius), 25 milioni a Dessau (1925-32 con Gropius e poi Hannes Meyer), e 56,2 milioni a Berlino (1932-33 con Mies van der Rohe). È già online anche un sito, www.bauhaus100.de, per raccontare la storia e i protagonisti del movimento.

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Ma si muovono anche i musei internazionali: quello di Harvard, dove Gropius ha diretto il dipartimento di architettura dal 1937 al ’52, ha in programma una mostra e, intanto, ha messo online oltre 32.000 oggetti della collezione. «Improvvisamente molti musei hanno di nuovo a disposizione fondi per acquistare opere Bauhaus» nota il gallerista berlinese Ulrich Fiedler. Il MoMA - che ha già una grande collezione Bauhaus in parte donata da Mies van der Rohe e ha da poco pubblicato un libro sui fotocollage Bauhaus di Josef Albers, di cui 16 sono in mostra al museo fino al 2 aprile - ha acquistato all’asta da Sotheby’s per 6,1 milioni di dollari un capolavoro del 23 di László Moholy-Nagy, «EM 1 (Telephone Picture)», che va a unirsi alle altre due opere, «EM2» e «EM3», donate al museo da Philip Johnson nel 1971.

Ma come risponde il mercato a quest’elevata attenzione istituzionale?

La risposta non è semplice, innanzitutto per una questione di definizione. «Non si può parlare propriamente di “artisti Bauhaus” – spiega il gallerista berlinese Hendrik A. Berinson, – perché quelli che erano i maestri sono i grandi artisti dell’avanguardia, come Klee e Kandinsky, che hanno un loro percorso e per i quali il Bauhaus ha rappresentato solo un capitolo. È più interessante andare a guardare gli studenti, tra i quali ci sono notevoli esempi di artisti che, nei vari ambiti di studio, con più o meno continuità, hanno prodotto opere importanti e ancora sottovalutate».

Per esempio? Werner Rohde, Herbert Bayer, Marianne Brandt, famosa per i metalli, rari sul mercato, ma una sua fotografia può costare 3-5.000 euro. «La fotografia Bauhaus è un ambito tutto da esplorare – suggerisce Berinson – al di là di László Moholy-Nagy ci sono tanti nomi poco noti e sottovalutati». Per esempio Lux Feininger, figlio di Lyonel, che è stato capace di catturare lo spirito del Bauhaus e le cui opere costano un paio di migliaia di euro; o Alfred Ehrhardt, che al Bauhaus ha studiato pittura, ma si è occupato molto di fotografia e, in particolare, della struttura della natura. Parlando di Moholy-Nagy, sua moglie Lucia Moholy è importantissima per la fotografia di architettura. Una sua opera può costare 3-7.000 euro. «Il problema è che il mercato cerca gli “eroi” – continua Berinson, – artisti che hanno avuto una carriera lunga e coerente, mentre questi autori hanno avuto carriere frammentarie e la loro produzione è limitata: i loro erano esperimenti nelle varie discipline, come voleva l’insegnamento Bauhaus, poi hanno seguito altri percorsi, o hanno dovuto abbandonare la Germania. Sono artisti complicati, che richiedono studio, mentre il mercato cerca ciò che è noto e immediato». La scarsità di materiale sul mercato fa sì che non ci siano gallerie specializzate in Bauhaus, ma che siano le gallerie delle avanguardie ad avere opere Bauhaus ogni tanto, come Annely Juda a Londra o Achim Moeller a New York. Stesso discorso per i collezionisti: il grosso è nei musei; tra i privati, l’italo-tedesco Egidio Marzona, noto per la sua collezione di arte Concettuale, Povera, Land art e Minimal art, colleziona anche Bauhaus, mentre l’importantissima collezione di fotografie Bauhaus del tedesco Thomas Walther è andata al MoMA e al Bauhaus di Dessau.

Rari i passaggi in asta. Occasionalmente si trovano opere dei membri meno noti nelle case d’asta tedesche, oppure i grandi capolavori di quelli che sono stati i maestri nelle sessioni internazionali d’arte impressionista e moderna, che superano le stime e vengono battuti a cifre milionarie. Come ad esempio il dipinto «Verlschleiertes Glühen» di Wassily Kandinsky del 1928, aggiudicato per 1,8 milioni di dollari lo scorso giugno da Christie’s, o l’olio su tela «Silbersternbild» di Lyonel Feininger del ’24, venduto a 2.368.000 dollari, da una stima di 600-800.000 da Christie’s nel 2006.

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