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I Nebrodi, quell’isola nell’isola penalizzata dalle infrastrutture

di Nino Amadore

Il porto turistico. La struttura di Capo d'Orlando sconta la lentezza dei trasporti

4' di lettura

Circa 160 mila abitanti per un totale di 47 comuni soprattutto in provincia di Messina ma anche nelle province di Catania e Enna. Parliamo dei Nebrodi, un’area vasta, anzi vastissima, che è diventata quasi un enclave nel corso degli anni pur avendo un tessuto imprenditoriale in qualche modo vivace, soprattutto nella zona costiera, con vari poli produttivi: dalla ceramica di Santo Stefano di Camastra al polo della plastica di Rocca di Caprileone, al tessile tra San Marco d’Alunzio e Torrenova. « A me sembra – spiega Marcel Pidalà, urbanista e docente universitario negli atenei di Firenze e Palermo – che vi sia uno slancio nuovo per iniziative imprenditoriali medio-grandi. E sto notando soprattutto tra i giovani imprenditori un approccio di qualità sul fronte del marketing. Approcci nuovi che coinvolgono i sistemi locali di produzione che in totale in tutta l’area fanno, ma è solo una stima, almeno 900 addetti diretti. E non è poco: perché, diciamoci la verità, fare impresa qui è eroico».

E sembra infatti quasi un miracolo per una zona come questa lontana da tutto: dai porti, dagli aeroporti, dalle principali città. Un sistema economico per certi versi florido e diffuso soprattutto sul versante della costa del Tirreno perché in montagna, invece, la musica cambia completamente e vi si ritrovano i soliti perenni problemi. Non vi è dubbio che qui continua ad avere un peso specifico l’agricoltura e l’allevamento, soprattutto nelle aree montane, e sono settori che lo Stato ha in buona parte sottratto al dominio della criminalità e dei truffatori ma su questo fronte il cammino non è semplice: c’è il fenomeno dell’accaparramento delle terre da parte dei criminali con metodi truffaldini, c’è la presenza di personaggi inquietanti di vario genere in alcune preziose filiere del mondo delle carni, c’è la tradizionale difficoltà a raggiungere la sostenibilità economica da parte di allevatori e contadini. E va tenuto anche conto che qui si trova il Parco dei Nebrodi, la più grande area verde sicuramente della Sicilia: dopo anni soprattutto gli allevatori sono riusciti ad accettare i vincoli dettati dal Parco ma ancora oggi i cittadini delle aree interessate stentano a pensare al Parco come opportunità a causa di quelli che soprattutto gli imprenditori definiscono, con un eufemismo, limiti «nella pianificazione»: il piano territoriale elaborato una ventina di anni fa si è perso nei meandri dell’assessorato regionale al Territorio e ambiente. E lì giace.

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Così i Nebrodi restano luogo di paradossi con i paesi montani che perdono abitanti e si spopolano e quelli costieri che hanno raggiunto il limite edificando in ogni buco possibile di quella che un tempo era la Conca d’oro del messinese per la ricchezza degli aranceti e dei limoneti: oggi c’è una distesa di case e poco rimane di quell’attività. In fondo il tessuto imprenditoriale, al di là di poche eccezioni e soprattutto nelle aree interne, è rimasto fragile: «La stragrande maggioranza di chi è rimasto qui non ha saputo fare il salto di qualità, quello che è richiesto a un’impresa strutturata. Serve un cambio di passo: energia, agroalimentare collegato anche al turismo e ambiente sono le grandi risorse di quest’area. Bisogna cogliere le opportunità anche del Pnrr» dice Francesco Calanna, presidente del Gal Nebrodi Plus e attento osservatore dei fenomeni del territorio. Il quale sa che ci sono parecchi ostacoli da superare: uno è l’isolamento. Da queste parti non è stato ben digerito l’abbandono da parte di Rfi del progetto di raddoppio della linea ferrata tra Cefalù e Patti. Ne parla Totò Mangano, imprenditore che ha investito nella costruzione del porto di Capo d’Orlando: «L’assenza di un collegamento veloce con gli aeroporti è per noi un grande problema dice: i nostri clienti vorrebbero poter lasciare qui le barche o venire qui con le loro barche ma essere anche in condizione di arrivare nel più breve tempo possibile a Milano o Roma». E invece nelle condizioni attuali tutto diventa molto complicato e la mancanza di un collegamento veloce con gli aeroporti è un fattore disincentivante anche per il turismo costiero. Lo è in qualche modo anche per il turismo montano anche se lì le aspettative sono altre: «Io ho investito molto sul potenziamento dell’offerta ambientale creando nuovi percorsi, nuova offerta» dice Ettore Dottore, sindaco di Alcara Li Fusi che si propone come best practies in un tessuto di amministratori spesso nostalgici degli anni Settanta . «Quello che a noi serve è un turismo di qualità perché di qualità è la nostra offerta: siamo riusciti a far passare il progetto per il collegamento veloce con il mare e questo è un grande passo avanti» chiude il sindaco. Ma intanto c’è chi sostiene che basterebbe mettere mano alla rete ferroviaria con una adeguata manutenzione al percorso esistente mettendo in sicurezza i binari per velocizzare la linea quel tanto che basta. Ma un’altra idea si fa avanti: un collegamento veloce tra la fascia tirrenica e l’aeroporto di Catania: «Basta seguire l’attuale tracciato» dice Calanna. In effetti nell’Apq rafforzato per gli interventi sulla rete viaria Siciliana gestita dall’Anas c’è un allegato che parla di collegamento tra la Statale 113 Rocca di Caprileone - Tortorici (sul Tirreno appunto) e la Statale 120 fino a Randazzo (nel cuore dei Nebrodi sul versante catanese). «Il costo dell’opera potrà essere correttamente valutato a valle della progettazione – si legge –. Ad oggi è previsto un impegno economico di 454 milioni. Per il progetto di fattibilità tecnico economica è previsto un finanziamento per 3,85 milioni». Certo ci vorranno anni. E comunque molte speranze, almeno per il sistema produttivo, sono riposte su altre infrastrutture: il porto di Sant’Agata di Militello è tra queste e i lavori vanno avanti da anni .

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