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I nemici del Jobs Act sono molto critici ma poco propositivi

Quella riforma ha tentato di rendere prevedibili i risarcimenti e di arginare i finti co.co.co.

di Attilio Pavone

(Adobe Stock)

3' di lettura

In una campagna elettorale così breve e anomala, è inevitabile che i proclami della politica risultino roboanti. Ciò nonostante, è difficile non registrare con un certo stupore le dichiarazioni del ministro del Lavoro Andrea Orlando e di uno dei suoi predecessori, Cesare Damiano, che hanno sostanzialmente attribuito la colpa della “precarietà” dei rapporti di lavoro a un provvedimento emanato da un governo guidato dal loro stesso partito.

Parliamo del Jobs Act, riforma del lavoro del 2015 molto nota nella sua denominazione, ma i cui contenuti (originari e attuali) meritano a questo punto un minimo di approfondimento.

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In primo luogo va ricordato che il Jobs Act non è intervenuto soltanto in materia di licenziamenti, ma per esempio ha, fra l’altro:

1 Introdotto una semplificazione delle regole sui cosiddetti “controlli a distanza” nel luogo di lavoro, chiarendo in via definitiva che strumenti quotidiani di lavoro come telefoni, computer o badge per l’accesso agli uffici non sono soggetti alla speciale procedura autorizzativa necessaria invece per telecamere o altre apparecchiature;

2 Reso possibile il mutamento di mansioni di un lavoratore nell’ambito del medesimo livello contrattuale oppure, in caso di riorganizzazione impattante sulla sua posizione, anche fino a un livello inferiore (cosa che ha peraltro ampliato l’ambito del doveroso tentativo di ricollocazione di una risorsa in caso di soppressione della sua posizione).

Ciò detto, anche per quanto riguarda le sanzioni in caso di licenziamento viziato, è giusto ricordare che la vera novità introdotta dal Jobs Act non ha tanto riguardato il ridimensionamento dell’obbligo di reintegrazione nel posto di lavoro – che già la riforma Fornero del 2012 aveva ristretto alle ipotesi più gravi, in linea con gli altri ordinamenti europei – quanto la possibilità per le imprese di calcolare con certezza il risarcimento dovuto. Le famose “tutele crescenti” avevano introdotto un meccanismo risarcitorio basato sulla anzianità di servizio, con importi crescenti in modo ad essa proporzionale.

Era questa una regola “precarizzante”? Probabilmente no, posto che perfino successivi governi politicamente agli antipodi si sono limitati a modificare gli importi dei risarcimenti minimi e massimi, senza scardinarne l’impianto.

È stata poi la Corte Costituzionale nel 2018 a cancellare l’automaticità dell’incremento risarcitorio, lasciando in piedi solo i citati limiti minimi e massimi, ritenendo che un importo calcolato in modo automatico fosse inidoneo a risarcire adeguatamente il danno nelle diverse possibili circostanze del caso concreto (e restituendo alla magistratura del lavoro un ampio potere discrezionale che però nella gran maggioranza dei casi viene comunque esercitato avendo riguardo principalmente alla durata del rapporto).

In definitiva, quindi, si può e forse si deve riflettere sull’ipotesi di reintrodurre qualche automatismo che renda minimamente prevedibile il risarcimento in caso di licenziamento invalido (pur salvaguardando un margine di discrezionalità giudiziale al fine di adattare il risarcimento al caso concreto), ma non si può definire nel 2022 “precarizzante” una legge il cui impianto è stato dapprima riconfermato da governi di segno politico molto diverso fra loro, e successivamente – ormai 4 anni fa – depotenziata da una pronuncia del Giudice delle leggi.

Le riforme, infine, vanno comunque giudicate nella loro interezza. Uno degli aspetti più misconosciuti del Jobs Act è la drastica riduzione del perimetro di applicabilità delle famigerate collaborazioni coordinate e continuative “a progetto”, dietro le quali non è un mistero che si annidassero parecchi rapporti di lavoro aventi natura di fatto subordinata. Dopo il Jobs Act, tutte le “co. co. co.” organizzate dal committente rischiano di essere riqualificate come rapporti di lavoro subordinato (come ad esempio avvenuto in alcuni casi per il lavoro gestito da piattaforme digitali nell’ambito della cosiddetta gig economy). Il messaggio della riforma del 2015 era molto chiaro: maggiore certezza per le imprese sui costi connessi alla cessazione dei rapporti di lavoro in cambio della regolarizzazione dei rapporti intrappolati nelle zone grigie della “para-subordinazione”.

Chi voglia oggi abbandonare questa prospettiva dovrebbe quantomeno illustrare un’idea alternativa di mercato del lavoro.

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