Lo stabilimento

I nodi non sciolti a dieci anni dalla chiusura Fiat

di Nino Amadore

Una veduta dello stabilimento che fu di Fiat e recentemente di Blutec

3' di lettura

Dieci anni dopo siamo ancora qui, in questa piana . E il 31 dicembre di quest’anno, così come quello del 2011, torna ad avere un valore simbolico per la piana di Termini Imerese perché può rappresentare, stavolta veramente un punto di svolta come lo è stato dieci anni fa segnando la definitiva chiusura dello stabilimento che fu di Fiat e la fine di un’epoca. Non è chiaro ancora cosa accadrà ma le sorti, come spesso è avvenuto in questi anni, sono affidate ai commissari di Blutec, l’azienda che aveva avuto da Fiat lo stabilimento e i terreni circostanti con il grande progetto di riavviare la produzione automotive da queste parti della Sicilia. È finita come sappiamo con i vertici di Blutec nel mirino della magistratura, l’azienda in stato fallimentare con debiti verso l’erario e enti di previdenza di almeno 100 milioni solo per la parte che riguarda Termini Imerese.

E ancora una volta siamo di fronte alla scena di un film già visto tante volte con la preparazione di un bando per l’ex area Fiat oggi ex area Blutec ma con una novità che, invece di semplificare, rende semmai tutto più complicato: questa volta i commissari che reggono Blutec ai sensi della legge Marzano sono chiamati a preparare un bando per la vendita e non per l’affidamento degli asset Blutec di Termini Imerese. 

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Ma resta un grande punto interrogativo: e gli operai? In passato gli avvisi erano indirizzati a imprese che volessero fare investimenti da queste parti e dunque nella prospettiva, sempre abbastanza complessa, di assumere gli operai che furono di Fiat dal 2012 sempre in Cassa integrazione. Mentre ora, che di operai ne sono rimasti 595 destinati a diventare 580 grazie a quota 100, appare necessario cercare una soluzione. Non è passato inosservato e pesa ancora il richiamo del presidente di Confindustria Sicilia Alessandro Albanese: «i sindacati per primi dovrebbero pretendere che chiunque abbia un progetto d'investimento per l'area di Termini Imerese inizi facendo assunzioni e non cercando di protrarre, ancora chissà per quanto tempo, una situazione di precarietà che tiene sui lavoratori la spada di Damocle del rifinanziamento della cassa integrazione e, nel frattempo, continua a svuotare le casse pubbliche, mortificando e depauperando la cultura imprenditoriale di un intero territorio».

Occorre «Sgomberare il campo» come dice qualcuno, per far sì che l’eventuale acquirente o gli eventuali acquirenti possano fare gli investimenti necessari e procedere con le assunzioni cercando il personale sul libero mercato. Insomma senza vincoli. La partita non è semplice ma tutti hanno la consapevolezza che va giocata subito e sino in fondo anche perché la situazione dell’ex stabilimento Fiat è ormai diventata un vero e proprio blocco per il possibile sviluppo dell’intera area industriale che ha un suo appeal per vari ed evidenti motivi: la presenza della Zes, la vicinanza a un porto commerciale che è stato adeguatamente ammodernato, la presenza di fondi (240 milioni) previsti nell’Accordo di programma che Regione siciliana e ministero per lo Sviluppo economico hanno dichiarato di voler firmare quanto prima.

Chi è alla ricerca di capannoni nell’area industriale termitana (e non sono pochi) vive con frustrazione la presenza di un megastabilimento vuoto così come vive con frustrazione la presenza di inspiegabili gabbie burocratiche su altri stabilimenti che potrebbero essere disponibili immediatamente.  Ma tant’è, questo sembra essere il disgraziato destino di Termini Imerese con migliaia di operai rimasti per anni in Cig e costati allo Stato almeno (secondo stime per difetto) 250 milioni mentre gli stessi operai avrebbero preferito trovare un lavoro magari in imprese innovative e con grandi prospettive per il futuro nate anche con il sostegno pubblico. Gli operai sono vittime di un sistema: «Almeno 150 potrebbero andare subito in pensione grazie alla norma sui lavori usuranti – dice il segretario regionale della Fiom Roberto Mastrosimone – ma non possono farlo. Perché? Non si trovano le buste paga dalle quali risulti chiaramente che svolgevano lavori usuranti». Anche qui una questione che solo la politica può affrontare. Gli operai intanto restano in cassa integrazione fino al 4 novembre 2023: «Con i prepensionamenti, ma serve una norma che riconosca le condizioni anche ai lavoratori che si trovano nelle aree di crisi complessa, nel giro di due o tre anni potrebbero andare via almeno 300 persone» dice Mastrosimone.

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