analisipolitica 2.0

I nomi del Cavaliere «contro» Salvini e le mani libere dopo il voto

di Lina Palmerini


3' di lettura

Nel “gioco” del candidato premier, perché di questo si tratta, Silvio Berlusconi ci si è infilato ad arte. Ben sapendo che lanciare un nome è un trucco visto che la legge elettorale – prevalentemente proporzionale – non consente di determinare con certezza chi guiderà il Paese, lo ha usato per dire altro. Soprattutto per mandare un messaggio a Salvini, cioè, che si è uniti fino alle urne ma che dopo il voto di marzo comincia un’altra partita in cui lui avrà le mani libere su premier e alleanze.

Ma lanciando la candidatura di Leonardo Gallitelli ha voluto mandarne uno anche agli italiani. Se, infatti, per la maggioranza degli elettori quello del generale dei carabinieri non è un nome così noto come quello di Draghi o Marchionne ha però il profilo giusto per evocare ciò che interessa al Cavaliere in campagna elettorale. In primo luogo accoglie quel bisogno di sicurezza che continua a essere prioritario per i cittadini (come dimostra l’inchiesta del Sole 24 Ore sulle città) e di cui il caso Ostia è un esempio. E dunque affidarsi a chi ha guidato l’Arma è di per sé una soluzione. Ed è pure una risposta alla popolarità crescente di Marco Minniti che sta conquistando posizioni per l’inflessibilità di alcune scelte, nonostante l’appartenenza al Pd. Con il ministro dell’Interno in campo, la sicurezza è sempre meno il tallone d’Achille della sinistra e sta costringendo il centro-destra ad alzare l’asticella.

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Insomma, quel nome fatto lì, nel programma Tv di Fabio Fazio, ha avuto l’effetto di indicare al Paese un profilo di premier che rassicura e che non corrisponde affatto a quello di Salvini. Dunque un bel dito nell’occhio del leader leghista che ha subito reagito ieri dai microfoni di 24Mattino su Radio 24. «Mai sentito, mai parlato di programmi figuriamoci di ministri». Un fastidio per niente dissimulato visto che è altrettanto evidente il tentativo del Cavaliere di sbarrargli la strada verso Palazzo Chigi e di rimettersi al centro della coalizione. Non solo. Lanciare Gallitelli – e dettare il numero dei ministri “tecnici” - è stato il modo per alimentare una dialettica interna al centro-destra, tirando la corda senza mai strapparla, per stare insieme fino al voto ma tenendosi pronto ad altre formule di governo se i numeri non fossero sufficienti, come è probabile che sia. Tra l’altro, tutti i nomi del Cavaliere sono coerenti con uno schema di larghe intese e di Esecutivi istituzionali, altro motivo dell’altolà di Salvini.

La novità però è che in questo duello si è inserito Roberto Maroni appoggiando la candidatura di Gallitelli. «Lo conosco e lo stimo», ha detto. Anche in questo caso la premiership c’entra poco ma si allude ad altri scontri. Tutti i partiti tra un po’ saranno dilaniati dalla scelta di chi mandare in Parlamento e il Carroccio non fa eccezione, soprattutto se c’è un’area – quella di Maroni – che non vuole essere azzerata dalla gestione di Salvini. Sono segnali che cominciano le trattative per le liste e, nel caso della Lega, i tavoli sono due: per Roma e per la Regione Lombardia.

Ecco, il cavaliere gioca di sponda con il Governatore e con quella parte della Lega ancora vicina al Senatur. Quell’offerta di candidare Umberto Bossi - se il leader leghista dovesse lasciarlo a casa - è infatti un altro strattone a quella corda che non si deve spezzare prima delle elezioni di marzo 2018 ma poi chissà.

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