commercio e trattati

I numeri del ceta e le tifoserie della politica

di Michele Geraci

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(canjoena - Fotolia)


3' di lettura

Il dibattito sul Ceta, l’accordo di libero scambio tra Unione europea e Canada, negli ultimi giorni ha animato uno scambio di vedute tra i due sottosegretari agli Esteri, Manlio Di Stefano e Ivan Scalfarotto, e parte della stampa. Le posizioni dei due membri del governo sono agli antipodi: Scalfarotto afferma: «Il Ceta va ratificato, perché all’Italia ha portato 438 milioni»; mentre Di Stefano dice: «Non si sa se porta benefici sul commercio, ma ci toglie sovranità sulla parte investimenti, quindi non lo approveremo mai». Quando si difende l’interesse nazionale, bisogna metter da parte l’ideologia e basarsi solo sui fatti. L’econometria è una scienza complessa, guardiamo insieme i numeri che, invece, ci raccontano un’altra storia.

In teoria, secondo il classico testo di David Ricardo, il commercio estero potrebbe portare vantaggi a entrambe le nazioni coinvolte, anche indipendentemente da chi detiene surplus o deficit commerciale. Ripeto potrebbe, sotto certe ipotesi, che diamo per buone per adesso. Tuttavia, il commercio e gli accordi di libero scambio sono due cose ben diverse – spesso confuse da chi non ne comprende la differenza – e, cosa fondamentale, non esiste nessuna teoria economica a supporto della loro bontà, o meno, a priori. Si valuta caso per caso, senza preconcetti. A giorni terrò una lezione a Harvard e lì incontrerò il professor Dani Rodrik, massimo esperto, per discutere di tali temi.

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In assenza di un’impalcatura teorica, i trattati di libero scambio, quello col Canada, così come quello con Giappone, Corea del Sud e altri, vanno quindi analizzati empiricamente, cioè si osservano i risultati e si prova a fare delle inferenze. Esercizio complicato, che richiede un’eccezionale dimestichezza con l’econometria e gestione di modelli a equilibrio globale; sono necessarie analisi di impatto o contro-fattuali che rispondano alla domanda: i risultati osservati sono migliori o peggiori di come sarebbero stati senza l’accordo?.

Tornando al Ceta, affermazioni del tipo: «Va bene perché l’export è aumentato», risultano tanto ovvie quanto inutili così come anche le più generiche: «Il Ceta va approvato perché le cose vanno meglio di prima». Ho rifatto due conti velocemente e posso confermare che, nonostante l’irrilevanza di quest’ultima affermazione, essa non è neppure vera. La verità e che le cose andavano meglio prima. Il Ceta è in atto dal settembre 2017 e si hanno a disposizione due anni di dati, fino al settembre 2019 che ho confrontato con i due anni precedenti, dal 2015 al 2017.

Negli ultimi due anni, quindi da quanto il Ceta è in vigore, l’export verso il Canada in effetti è cresciuto del 6,5% all’anno, circa i 400 milioni di cui parla Scalfarotto. Tuttavia, nei 2 anni precedenti, il nostro export verso il Canada era cresciuto del 6,7% all’anno, praticamente con trend immutato, nessun miglioramento. Le nostre importazioni dal Canada negli ultimi due anni sono invece aumentate del 3,2%, mentre in passato crescevano soltanto dell’1,7%. Di conseguenza la nostra bilancia commerciale che cresceva dell’11% prima del Ceta, dopo il Ceta cresce soltanto dell’8,7%. Quindi, c’è stato un peggioramento relativo della bilancia commerciale. Quindi, attenzione a entrambe le direzioni. Ma attenzione che neppure l’aumento delle importazioni è necessariamente motivo di preoccupazione. Siamo molto lontani dal «va approvato perché l’export cresce».

Guardando i dati relativi all’ultimo decennio non emerge alcun miglioramento del trend dell’export dal 2017 in avanti. Sia chiaro che con questi numeri non dico che il Ceta fa male, va fatto un terzo livello di analisi, quella contro-fattuale che darebbe risposta definitiva. Quello che dico è: non si sa se porta vantaggi o svantaggi. Il mio invito è, quindi, di fare le analisi prima di trarre conclusioni e abbandonare l’approccio ideologico perché neppure la teoria è a sostegno dei trattati. Era questo lo scopo della task force sui trattati di libero scambio messa su al Mise nel precedente governo.

Infine, una nota tattica: il Ceta è uno degli ultimi trattati di libero scambio dove sono i parlamenti degli stati membri e non la Commissione ad avere l’ultima parola, proprio per la natura mista di commercio e investimenti a cui si riferiva Di Stefano. Basta quindi che uno solo dei 28 dica no per bloccare completamente il trattato. Lungi da me l’idea di bloccarlo, anzi mi piace attendere e aver più dati per dare un giudizio più completo. Però avere questa carta in mano potrebbe essere utile in futuri negoziati con l’Unione. Perché lasciarla sul tavolo?

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