GLI SCENARI

I nuovi pericoli sono nelle «banche ombra»

di Alessandro Plateroti

(Ronald - stock.adobe.com)

3' di lettura

«Sono trascorsi ormai dieci anni dalla crisi bancaria e finanziaria globale... In questo decennio, su mandato del G20, abbiamo lavorato per riparare i guasti e gli eccessi del sistema finanziario. Oggi possiamo dire con serenità che l’intera riscrittura delle regole globali è stata completata e che la fase di implementazione è quasi al traguardo: il sistema finanziario è ora più sicuro, semplice, equilibrato e soprattutto in grado di supportare il mercato aperto e una crescita economica diffusa». Parola di Mark Carney, presidente del Financial Stability Board di Basilea, nonché governatore della Banca d’Inghilterra: a suo giudizio, crisi sistemiche come quella scatenata dalla bancarotta di Lehman Brothers non si ripeteranno più. O quanto meno, non sarà più la crisi di una sola banca a mettere in ginocchio l’intero sistema finanziario mondiale: con le nuove regole di Basilea III, ormai in via di implementazione finale, l’Fsb è certo di aver ridimensionato non solo la propensione ai rischi e la tentazione agli eccessi delle grandi banche internazionali, ma anche le lacune contabili che ne amplificavano o ne nascondevano la portata reale. Leva, liquidità, qualità degli asset, derivati in bilancio e coefficienti patrimoniali sono ora sottoposti a controlli stringenti e soprattutto continui, in alcuni casi soffocanti o addirittura prociclici negli aspetti negativi. Ma, anche detto questo, la certezza che quanto è stato fatto sia sufficiente per evitare altre crisi stile Lehman sembrano averla solo le istituzioni che hanno riscritto le regole. Grandi finanzieri come George Soros o Warren Buffett, banchieri di spicco come Jamie Dimon e Lloyd Blankfein e soprattutto economisti autorevoli come Paul Krugman o Howard Davies hanno espresso più volte serie preoccupazioni sulla reale efficacia delle nuove regole sull’intermediazione finanziaria. L’accusa che viene mossa ai regolatori e ai governi si riassume così: le regole hanno ridotto il rischio delle banche, ma non lo hanno certamente eliminato, di fatto, lo hanno solo spostato su intermediari meno regolati, come i fondi di investimento e i grandi asset manager.

Carney, parlando a nome di tutte le banche centrali e dei governi del G20, rifiuta però questa tesi. E della stessa opinione, ovviamente, sono anche i policy maker e i regolatori nazionali e internazionali che proprio in occasione del decennale della liquidazione di Lehman - ma non solo per questa ragione - hanno voluto rassicurare mercati e opinione pubblica sulla qualità delle riforme taglia-rischi imposte alle banche commerciali e a quelle di investimento. Lo ha fatto il presidente della Bce Mario Draghi nella sua recente testimonianza davanti al Parlamento europeo («Grazie alle riforme degli ultimi dieci anni - ha detto Draghi - il sistema finanziario mondiale è oggi più efficiente e in sicurezza» ), lo ha ribadito anche il direttore generale del Fondo monetario internazionale Christine Lagarde («Gli eccessi delle banche sono ora sotto controllo e i rischi per l’economia globale sono diminuiti»), e soprattutto lo sostiene apertamente il governo americano, che ha addirittura chiesto alla Fed e al Congresso di allentare gradualmente la morsa normativa e regolatoria sulle grandi banche di Wall Street. Non solo. Malgrado il percorso dell’Unione bancaria europea non sia affatto concluso, la solidità del sistema bancario dell’Eurozona sotto le nuove regole post-Lehman è diventata un mantra per tutti gli esponenti di spicco della nomenklatura tecnico-politica di Francoforte e Bruxelles: «Il sistema finanziario e bancario dell’Eurozona - è la tesi di Sabine Lautenschläger, che con la collega Danièle Nouy si è conquistata l’appellativo di Lady di ferro della Bce per l’intransigenza e lo zelo con cui porta avanti l’agenda delle riforme bancarie su scala nazionale - è stato messo in sicurezza nell’interesse del mercato, dei risparmiatori e dei contribuenti europei».

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Ma in una sorta di forbice generazionale, chi era in prima linea dieci anni fa nella battaglia alla crisi finanziaria non sembra condividere le opinioni di chi oggi canta vittoria: «Il rischio finanziario - dice Michael Silva, già responsabile della vigilanza bancaria Fed durante la crisi dei subprime - non è scomparso affatto, è solo migrato dalle banche verso soggetti non regolati: se una maxi-crisi bancaria è ora improbabile, la possibilità di un’altra crisi finanziaria è più che concreta». Per lui, come per gli economisti e gli analisti finanziari già menzionati, l’ossessione regolatoria sulle banche ha messo non solo in crisi la loro capacità di sostenere l’economia, ma ha generato come effetto collaterale nuovi mostri finanziari globali: «La riforma dei fondi di investimento è incompleta - aggiunge Krista Schwartz, docente alla Wharton University - e gli hedge fund hanno ancora mano libera nelle attività più rischiose. Lo shadow banking è oggi il vero rischio sistemico, non le banche».

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