MICROCOSMI

I paesaggi ticinesi dove convivono interessi e visioni

di Aldo Bonomi

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(Joe Dejvice - stock.adobe.com)


3' di lettura

Se in tempi di metamorfosi accelerata siamo sempre più consapevoli della centralità del digitale inteso come ambiente di vita e di lavoro, meno evidente appare quanto ne sia investita la dimensione territoriale, intesa come costruzione sociale complessa, frutto dell’intreccio tra identità locali, vocazioni produttive, dotazione di reti di connessione e capacità di rappresentarsi dentro spazi geoeconomici. Questi piani hanno nel digitale un grande fattore abilitante e nella riconversione ecologica un ampio orizzonte di senso. Ma perché tutto ciò diventi senso comune, occorre tenere in equilibrio i diversi piani in un processo continuo di scomposizione e ricomposizione di visioni e interessi che si condensano nel paesaggio.

In un recente forum intitolato “Ritorno alla natura” organizzato da Land, network internazionale che si muove tra Italia, Svizzera e Germania, animato dall’architetto Andreas Kipar, ne ho avuto un esempio significativo. Gli interventi di tre sindaci del Canton Ticino (Airolo, Bellinzona e Lugano) hanno raccontato un “ritorno alla natura” inserito all’interno dell’urbano regionale che si snoda tra Zurigo e Milano, connettendo la piattaforma alpina a quella lombardo-veneta. Una visione di futuro a medio-lungo termine che si snoda dalle prossimità delle identità locali, portata avanti con l’ascolto delle comunità e dei quartieri, agli scenari della grandi reti e delle relazioni lunghe.

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Emblematica l’esperienza di Airolo, piccolo comune della Leventina posto all’imbocco del traforo del Gottardo, attraversato da reti autostradali, ferroviarie e dell’alta tensione. Nel 2005, in occasione della realizzazione di un nuovo svincolo autostradale che avrebbe ridotto gli spazi verdi, la comunità locale si è organizzata per proporre una progettazione meno impattante. Un lavoro caratterizzato dal coinvolgimento sempre più ampio della comunità e dalla ricerca di partner tecnici che potessero trasformare le esigenze di vivibilità in una proposta urbanistica capace di interloquire con le autorità federali. La mobilitazione, anziché concentrarsi sulla partita risarcitoria, ha proposto alle autorità federali la presa in esame di un progetto a minore impatto ambientale. Grazie anche alla lungimiranza del decisore centrale, la visione della comunità tradotta in un progetto di rigenerazione urbanistica ha portato all’interramento di gran parte delle infrastrutture di attraversamento e la rinaturazione delle superfici agricole recuperate. In definitiva si è concordato di investire in opere più onerose sotto il profilo economico, consapevoli dell’“attivo” comunitario e ambientale prodotto da una progettazione verde. Questa scelta si è poi trasformata nel viatico per ridefinire la nuova identità green della località: sono stati recuperati spazi e cubature nei pressi delle stazione ferroviaria contigue al grande spazio verde recuperato per costruire infrastrutture soft per lo sport e centri di ricerca e divulgazione scientifica.

L’esperienza di Bellinzona è basata sulle trasformazioni dell’identità di città “amministrativa” che si è sviluppata dal dopoguerra grazie alla presenza di uffici pubblici, di comandi militari, delle grandi officine ferroviarie elvetiche, etc. Nel nuovo secolo la presenza pubblica si è molto ridotta, portando un ripensamento delle vocazioni produttive, che si sono indirizzate al recupero di aree urbanizzate da rinaturare, compreso l’alveo del Ticino, da rendere compatibile con le funzioni logistiche legate al Alptransit, di cui Bellinzona è portale ferroviario sud, e aumentando le connessioni con Lugano e Milano per fare di Bellinzona il centro di prolungamento dell’asse Lumi (Lugano-Milano), terminale nord della città infinita lombarda.

Scendendo verso il confine sud arriviamo a Lugano, capoluogo del cantone e città che, con la crisi bancaria del 2008 ha visto crollare le proprie entrate fiscali da 55 milioni di franchi agli attuali 13 milioni. La crisi ha prodotto la necessità di ripensare la città, cercando nuove identità e nuove vocazioni produttive, dando l’avvio a diversi progetti di rigenerazione urbana per modernizzazione la proposta di spazi per lo sport, per le arti e la cultura, per la formazione universitaria. Gli interventi di rinaturazione si sono concentrati sugli assi fluviali dove le necessità di mettere in sicurezza l’assetto idrogeologico è diventata opportunità di rendere fruibile i torrenti e il porto per attività terziarie orientate alla qualità della vita. Tutto ciò, guardando a Milano come asse di interesse e di scambio anche con riferimento alle politiche urbane orientate alla sostenibilità. Sono esperienze che mettono in evidenza un cambio di paradigma che ribalta l’idea di città infinita basata sull’idea di consumo delle risorse naturali, trasformando il ritorno alla natura in un fatto sociale progressivo imperniato sul protagonismo dell’intelligenza diffusa nei territori: un viatico importante da tenere presente in tempi di Green Deal.

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