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I Paesi più intolleranti? Quelli con meno migranti, Italia inclusa

di Alberto Magnani


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4' di lettura

Nel marzo 2018, l’agenzia statistica Eurostat ha pubblicato un’analisi sull’incidenza dei migranti rispetto al totale del popolazione dei vari stati Ue. Tra i Paesi con la percentuale più modesta compariva anche l’Italia:5 migranti ogni 1000 abitanti , contro i 16,4 su 1000 abitanti raggiunti nel caso della Svezia. Pochi mesi dopo, un’indagine della società di ricerca statunitense Pew Research Center ha messo sotto il riflettore la frequenza di atteggiamenti di ostilità verso stranieri e minoranze religiosi nell’Europa occidentale, inclusa la Scandinavia. Agli intervistati veniva assegnato un punteggio «di intolleranza» da zero a 10, in base alle risposte fornite su un campionario di 22 domande. Il 38% degli italiani ha registrato un punteggio compreso fra 5 e 10 , il livello più alto fra i 15 Stati considerati dal rapporto. In Svezia non si è andati oltre all’8%, la media più bassa su scala continentale.

Il risultato può sembra paradossale. Non lo è. In diversi Paesi Ue si registra un proporzionalità inversa fra numero di migranti e atteggiamenti discriminatori: meno stranieri ci sono, più aumentano i casi di discriminazione e tensioni xenofobiche. O viceversa, come nel caso della Svezia, una maggiore presenza di migranti può indurre a una accettazione più diffusa del fenomeno.

Tra i casi più eclatanti c’è quello dell’Ungheria, guidata da 10 anni dal premier nazionalista Viktor Orban: gli stranieri registrati arrivano a fatica all’1,6% della popolazione (circa 160mila persone su 9,7 milioni), ma oltre l’80% dei suoi cittadini dichiara «sentimenti negativi» verso l’immigrazione. Un caso simile a quello di Paesi come la Bulgaria (dove appena il 15% dei cittadini dichiara di sentirsi «a proprio agio» con gli stranieri, malgrado rappresentino il 2% della popolazione) o di zone come la Germania orientale. Fra le terre delle vecchia Repubblica democratica tedesca si registrano sia le quote più ridotte di stranieri sia i picchi maggiori di consenso per un partito come Alternativa per la Germania, la forza di ultradestra che conquista fino al 30% dei voti nelle zone più di confine (e meno multietniche) del Paese.

Gli italiani, i migranti e la ricerca di un conflitto
Da cosa dipende il tutto? Il cortocircuito fra presenze effettive e intolleranza si alimenta, prima di tutto, in una percezione parziale o distorta del fenomeno. Un report dell’Istituto Cattaneo dello scorso agosto ha mostrato che i cittadini europei tendono a sovrastimare l’incidenza di migranti rispetto alla propria popolazione: gli intervistati erano convinti che i cittadini extraeuropei presenti nei rispettivi Paesi arrivassero al 17,7% del totale, contro una quota riscontrata di appena il 6,7% . Una svista che, nel caso dell’Italia, produce un gap di 17,5 punti percentuali fra sensazioni e realtà: gli italiani intervistati hanno stimato che i migranti siano pari al 25% della popolazione, quando la quota reale si ferma al 7%. D’altronde, gli impulsi discriminatori scattano anche senza (o nonostante) una conoscenza effettiva del fenomeno e dei dati aggregati. Monica Rubini, ordinaria di Psicologia sociale all’Università di Bologna, spiega che l’aumento delle ostilità e della barriere pregiudiziali è dovuto a fattori «motivazionali, più che razionali»: il cosiddetto conflitto realistico, cioè la tendenza a discriminare chi viene visto come un «concorrente» rispetto alle nostre condizioni.

«Nel conflitto realistico, o reale, si tendono a discriminare i gruppi svantaggiati - spiega - Quindi il bersaglio diventano i migranti, perché considerati come un gruppo che può peggiorare la situazione dei cittadini». I fattori esterni, come la situazione di benessere individuale, non sono gli unici a concorrere alla formazione del «nemico esterno», visto che lo sviluppo di un atteggiamento discriminatorio può essere frenato dalla sensibilità individuale. Di sicuro, però, le fasi di instabilità economica finiscono per accentuare la tendenza a creare conflitti, a maggior ragione se indotti da martellamento mediatico e politico. Il divario fra numeri e percezione registrato negli italiani mostra che l’esposizione a una narrazione orientata («l’invasione di migranti») può alterare la capacità di analisi del problema, alimentando a sua volta i pregiudizi maturati sull’argomento. Gli elettori di centrodestra, sempre secondo la rilevazione di Cattaneo, tendono a “vedere” il 7% in più dei migranti anche rispetto alla media-record di errore valutativo dei nostri connazionali.

Le contraddizioni fra gli annunci e la politica
La contraddizione fra numeri e percezione si somma a un’altra contraddizione, più politica (e operativa). Alcuni Paesi, inclusa l’Italia, hanno compiuto in sede europea alcune scelte che aggraverebbero la «emergenza» migratoria denunciata in campagna elettorale. Il governo Lega-Cinque Stelle è, ad esempio, fra i più accaniti avversari del cosiddetto regolamento di Dublino, il testo che imp0ne agli Stati di primo sbarco (come Italia, Spagna o Grecia) di sobbarcarsi per intero le pratiche per la richiesta di asilo. Peccato che, al momento di riformarla, nessuno dei due partiti di maggioranza abbia remato a favore del cambio di rotta tentato da Commissione e parlamento Ue. Il gruppo che rappresenta a Bruxelles la Lega, l’Europa delle nazioni e delle libertà, non ha espresso alcun «relatore ombra» nelle 22 riunioni negoziali svolte da eurodeputati per modificare il regolamento. Anche andando a ritroso, gli archivi non depongono a favore dell’attuale maggioranza. Il cosiddetto regolamento di Dublino II, modificato leggermente nel 2013 e oggi al centro delle polemiche appena citate, è stato ratificato dal nostro Paese nel 2003. Il governo dell’epoca era guidato da Silvio Berlusconi, con l’appoggio (e il voto favorevole alla ratifica) della Lega Nord.

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    Alberto MagnaniRedattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: inglese, tedesco

    Argomenti: Lavoro, formazione, esteri, innovazione

    Premi: Premio "Alimentiamo il nostro futuro, nutriamo il mondo. Verso Expo 2015" di Agrofarma Federchimica e Fondazione Veronesi; Premio giornalistico State Street, categoria "Innovation"

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