Opinioni

I paradisi fiscali Ue minacciano la stabilità dei mercati globali

Olanda e Irlanda incentivano la creazione di posizioni finanziarie poco trasparenti

di Antonio Coppola e Matteo Maggiori

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(AFP)

Olanda e Irlanda incentivano la creazione di posizioni finanziarie poco trasparenti


4' di lettura

I Paesi Bassi e l’Irlanda sono nuovamente al centro dell’attenzione per il loro ruolo di paradisi fiscali europei. Entrambe le giurisdizioni attraggono le sedi legali di società che in realtà hanno scarsa presenza sul territorio nazionale. Il loro modello economico attira enormi capitali esteri, tassandoli poco o nulla in percentuale. Queste piccole percentuali generano comunque notevoli introiti quando applicate a imponibili molto alti. Il resto del ricavo viene dai servizi legali e finanziari offerti localmente alle società internazionali.

Questi regimi fiscali hanno reso i Paesi Bassi e l’Irlanda veicoli di “capitale fantasma”, ovvero capitale che ha questi Paesi come destinazione solo nominalmente. Gli Stati Uniti ufficialmente investono 449 miliardi di dollari in obbligazioni e azioni emesse da compagnie irlandesi e 518 miliardi in quelle olandesi. In realtà queste compagnie non sono né irlandesi né olandesi, ma semplicemente scatole legali vuote. In un recente studio con Brent Neiman della University of Chicago e Jesse Schreger della Columbia University abbiamo rintracciato questi capitali in giro per il mondo, passando dalle Isole Vergini Britanniche alle Cayman e oltre.

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Il capitale investito in obbligazioni emesse da società olandesi finisce in destinazioni sorprendenti. Solo la metà rimane nei Paesi Bassi. Il 29% finisce altrove nell’Eurozona, il 4% negli Stati Uniti e il 3,5% in Brasile. Consideriamo il caso di Petrobras, il colosso petrolifero brasiliano che ha una controllata nei Paesi Bassi per l’emissione di debito. L’azienda ha scarsa presenza sul territorio olandese, ma pressoché la totalità dei capitali che attira da investitori esteri vengono raccolti da due controllate, una a Rotterdam e una nelle Isole Cayman.

La situazione irlandese è simile, ma i capitali sono più strettamente legati agli Stati Uniti. Il 58% del valore delle azioni esistenti sul mercato ed emesse da società irlandesi è in realtà da considerarsi emesso da imprese statunitensi. Molte multinazionali americane, come Medtronics, eseguono un’esterovestizione societaria, registrando la sede legale della società capogruppo in Irlanda per ridurre la tassazione dell’intero gruppo. Paradossalmente, gli investimenti nelle azioni di queste società da parte degli investitori statunitensi non vengono considerati investimenti domestici negli Stati Uniti, come lo sono in realtà, ma piuttosto come investimenti all’estero, in Irlanda. Di conseguenza, Dublino sembra attirare dagli Stati Uniti grandi investimenti azionari per 385 miliardi di dollari.

Per capire quanto speciali siano i Paesi Bassi e l’Irlanda in questo ambito, basta un confronto con la Germania e l’Italia. In entrambi i casi, la quasi totalità delle obbligazioni societarie emesse, ovvero il 97%, appartiene a compagnie nazionali. Queste statistiche delineano un modello economico molto differente.

L’opzione di abbassare le tasse societarie e le ritenute su obbligazioni e azioni è disponibile in teoria a tutti i Paesi. Uno sguardo al sistema finanziario globale rivela che i paradisi fiscali tendono a essere Paesi piccoli e con poche industrie a eccezione di quella finanziaria. Una possibile spiegazione è che un Paese più piccolo trova vantaggioso specializzarsi nell’attirare capitali fantasma tramite una tassazione bassa. Per Paesi più grandi questa tattica è più difficile perché il tentativo di attirare capitali esteri comporterebbe degli squilibri interni con i settori non-finanziari dell’economia. I paradisi fiscali scelgono di focalizzare l’economia verso il settore finanziario. Non è una scelta per tutti.

Molto si è scritto in questi giorni sulla perdita di ricavi fiscali che Paesi come Olanda e Irlanda causano al resto dell’Eurozona. Questo è un argomento importante, ma vogliamo soffermarci qui su altri due aspetti: l’impatto sulla stabilità finanziaria e quello sulla regolamentazione.

Nel cercare di minimizzare la tassazione, le multinazionali e gli investitori hanno creato una rete intricata di posizioni finanziarie. Basti pensare all’esempio di un fondo d’investimento italiano che compra le obbligazioni emesse dalla controllata di Petrobras nei Paesi Bassi. Questa a sua volta passa il capitale ad altre società del gruppo, in Brasile o altrove. Questo è solo un esempio, senz’altro non il più intricato, ma che permette di comprendere la distanza tra la società che emette il debito e le attività produttive che producono i ricavi che lo ripagheranno. Se si verificasse un’ondata di fallimenti societari globali, come potrebbe accadere nella scia della pandemia di Covid, non è chiaro con che facilità gli investitori potranno rifarsi sulle società. Specialmente viste le multiple giurisdizioni coinvolte.

Le società usano questi complessi flussi finanziari anche per aggirare la regolamentazione finanziaria. Un esempio è l’entrata in vigore nel 2016 del regolamento sugli abusi di mercato dell’Unione europea mirato a una maggiore trasparenza del mercato obbligazionario. Appena introdotta la nuova regolamentazione, diverse società particolarmente esposte alle nuove regole, come per esempio Aston Martin, hanno spostato l’emissione delle proprie obbligazioni nell’isola di Jersey. Jersey, anzi, ha attivamente promosso queste nuove emissioni, vantando la maggiore permissività della propria regolamentazione.

Le tensioni finanziarie rischiano di aggravarsi ulteriormente nello scenario post-Brexit. Londra potrebbe volere competere al ribasso con l’Eurozona, sia in termini di tassazione che di regolamentazione finanziaria. L’ascesa di una costellazione di paradisi fiscali dentro l’Eurozona o poco al di fuori è un rischio che le istituzioni comunitarie devono arginare. Un fallimento della politica economica in questo senso comporterebbe mercati finanziari sempre più iniqui e scarsamente controllabili.

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