gli esiti della brexit

I paradossi di una saga senza fine

Il sistema elettorale britannico ha fatto sì che quasi due milioni di voti in meno abbiano generato una maggioranza schiacciante a favore della Brexit

di Gianmarco Ottaviano

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(AFP)

Il sistema elettorale britannico ha fatto sì che quasi due milioni di voti in meno abbiano generato una maggioranza schiacciante a favore della Brexit


3' di lettura

È davvero cambiato qualcosa per la Brexit dopo il trionfo di Boris Johnson alle recenti elezioni parlamentari britanniche? Sembra proprio di sì, ma non per le ragioni che molti pensano, e cioè che si è fatta finalmente chiarezza sulla volontà del popolo, su chi comanda in democrazia e su che tipo di Brexit ci possiamo aspettare.

I conservatori di Boris Johnson hanno vinto le elezioni, ottenendo una maggioranza di 80 seggi (la più grande dal 1987 per i Tory) grazie al 43,6% dei voti (la percentuale più alta di qualsiasi partito dal 1979). Con una tale maggioranza Johnson non dovrà più duellare come in passato con un parlamento in larga parte ostile e la Brexit si potrà fare nella sua versione dura e pura. Il problema è che la “versione di Johnson” della Brexit resta avvolta nelle nebbie del solito mantra conservatore «Brexit significa Brexit» («Brexit means Brexit»): le questioni sul tappeto sono sempre le stesse, ma le soluzioni concrete continuano a latitare.

In particolare, resta invariata l’annosa questione, commerciale e politica, dell’Irlanda del Nord. Gli irlandesi non vogliono il ritorno di un confine fisico tra le due Irlande perché temono di mettere a rischio l’Accordo del Venerdì santo (Good Friday Agreement). Con questo accordo, di cui sono garanti gli Stati Uniti, nel 1998 si è posto fine a decenni di guerra civile strisciante tra i fautori dell’annessione dei territori nordirlandesi alla Repubblica d’Irlanda e i sostenitori della lealtà al Regno Unito. Per questo motivo l’Ue ha sempre chiesto con gli irlandesi che il confine tra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord resti invisibile («no hard border») anche dopo la Brexit. Il cortocircuito è che questa richiesta, se soddisfatta, impedirebbe di fatto al Regno Unito di perseguire accordi di commercio internazionale in piena autonomia, restando di fatto uno “stato vassallo” dell’Unione in tema di politica commerciale contro lo spirito stesso della Brexit.

Un semplice esempio può far capire di che cosa si tratta. Pensiamo al ventilato accordo di libero scambio tra Regno Unito e Stati Uniti. Senza un confine con efficaci controlli doganali tra le due Irlande, tale accordo permetterebbe alle merci americane di entrare senza dazi in Irlanda del Nord, da lì nella Repubblica d’Irlanda e quindi nel mercato unico europeo. Questo potrebbe avvenire anche in assenza di un accordo parallelo di libero scambio tra Stati Uniti, origine delle merci, e Unione Europea, loro destinazione. Inoltre, aspetto taciuto dal governo Johnson, lo stesso potrebbe accadere in direzione opposta alle merci europee, che a loro volta potrebbero entrare senza dazi nel mercato americano attraverso l’Irlanda del Nord a dispetto dell’amico Donald Trump.

L’idea ottimistica di Johnson è che la questione irlandese rappresenta un problema solo transitorio perché si troverà presto una qualche ingegnosa soluzione tecnologica (per ora inesistente) che permetterà di effettuare controlli doganali virtuali senza la necessità di un confine fisico. In attesa che la tecnologia faccia la sua parte, la dogana potrebbe essere messa temporaneamente tra le due isole di Irlanda e Gran Bretagna, sempre che i lealisti di Belfast non protestino troppo per essere stati abbandonati dalla loro sovrana in “territorio nemico”. Con buona pace della chiarezza su che tipo di Brexit ci possiamo aspettare.

Pazienza per la Brexit, ma il voto ha almeno fatto finalmente chiarezza sulla volontà del popolo e su chi comanda in democrazia. Non proprio. Queste elezioni hanno messo a nudo la debolezza istituzionale di quella che si considera la più antica democrazia del mondo. Come osservato dal filosofo britannico Anthony Grayling sul Guardian, nelle ultime elezioni i candidati favorevoli a rimanere nell’Ue hanno conquistato 16,5 milioni di voti, mentre i candidati favorevoli alla Brexit hanno ricevuto 14,8 milioni di voti. In altre parole, il sistema elettorale britannico di tipo maggioritario ha fatto sì che paradossalmente quasi due milioni di voti in meno abbiano generato una maggioranza schiacciante di seggi a favore della Brexit. Tre sono le implicazioni politiche. La prima è che il sistema elettorale della più antica democrazia del mondo non sembra poi così democratico. La seconda è che nel Regno Unito non esiste una maggioranza popolare a favore della Brexit. La terza è che la prima implicazione ha reso la seconda irrilevante. Per esempio, per ogni seggio vinto, i conservatori pro-Brexit hanno dovuto conquistare poco meno di 40mila voti, mentre i Democratici liberali pro-Ue ne hanno dovuti conquistare quasi dieci volte di più.

La ragione del paradosso è che, con il sistema maggioritario britannico, i seggi parlamentari vengono assegnati ai candidati che ottengono il maggior numero di voti nel proprio distretto elettorale (anziché in proporzione al voto nazionale totale) e i distretti pro-Brexit dei piccoli centri tendono a essere meno popolosi di quelli pro-Ue delle grandi città. La saga della Brexit non è finita, sta solo entrando in una nuova fase.

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