Corsa al Quirinale /2

I parlamentari devono poter votare anche da remoto

di Giovanna De Minico

(Pierpaolo Scavuzzo / AGF)

3' di lettura

I parlamentari devono essere uguali a tutti i cittadini: né più uguali, né meno. In diritto la regola egualitaria è incontestabile, nei fatti è derogata da rivendicazioni discriminatorie pro o contro la categoria indicata.

La questione è diventata urgente in occasione della querelle sul voto dei parlamentari per l’elezione del Capo dello Stato. La Costituzione e il regolamento della Camera (che si applica al Parlamento in seduta comune) non risolvono l’alternativa tra il voto in presenza e quello da remoto. Il tempo di questi atti normativi giustificava il loro silenzio: uno scenario digitale non era prevedibile e con esso la possibilità tecnica del voto extra moenia dei parlamentari via web.

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La pandemia, evento ormai ordinario, rende ora indifferibile una risposta. Il decisore politico deve prendere in seria considerazione questa alternativa per evitare che l’assenza di taluni parlamentari, benché giustificata dal Covid, possa alterare il corretto funzionamento di questo particolare collegio elettorale: il Parlamento in seduta comune. Ho detto in apertura che i parlamentari devono essere trattati al pari dei comuni cittadini; quindi, non subire alterazioni nei loro diritti, in specie in quello di voto. Se la normativa consente che, in date condizioni, il voto dell’elettore sia raccolto non recandosi al seggio, non c’è ragione per negare il medesimo diritto se a esercitarlo sia un parlamentare.

Peraltro, il modello del Parlamento europeo è un precedente autorevole. Dal marzo 2020 l’Europa ha regolato il voto elettronico, pur nella limitata forma del voto per e-mail. Precisamente, il parlamentare riceve la scheda elettorale, che riempie, firma e rinvia. Un sistema che assicura la personalità del voto, ma non la sua segretezza per la firma sulla scheda elettorale. Quindi, possiamo assumere dal sistema europeo un favor per il voto elettronico come supporto ancillare a quello in presenza, ma è necessario inventarsi una modalità alternativa, che, senza rinunciare alla garanzia della personalità, sappia assicurare anche la segretezza, indispensabile per il voto sulle persone. La tecnologia mette a disposizione vari sistemi che combinano con un certo grado di attendibilità segretezza e personalità, ma anche integrità della trasmissione e celerità dello spoglio. Quanto detto, eviterebbe di riservare un trattamento asimmetrico al parlamentare, che impedito di recarsi alle urne non può votare, mentre il cittadino nella medesima situazione è in grado di esprimere il suo voto.

Non ritengo che questo sistema sia un’alternativa, rimessa alla libera volontà del parlamentare, come è per il Parlamento europeo in tempo di pandemia, in quanto il voto elettronico, al pari di ogni manifestazione di e-democracy, va concepito come un rimedio ancillare alla democrazia reale dei nostri eletti, non un titolo intercambiabile con quest’ultima.

In apertura ho detto anche che i parlamentari non devono godere di più diritti di quelli spettanti al comune cittadino, salvo le deroghe costituzionali a tutela dell’autonomia camerale. Ora se si consentisse al parlamentare di recarsi a votare a Montecitorio senza il Green pass, si commetterebbe un’ingiustizia di segno inverso a quella ipotizzata prima. Mentre noi cittadini per esercitare il nostro diritto-dovere al lavoro dobbiamo sacrificare un pezzo delle nostre libertà in difesa della salute pubblica, questo sacrificio non sarebbe richiesto al parlamentare, riservatario di una libertà integrale insofferente a ogni limite, neppure se posto a protezione della salute pubblica. Del resto, il decreto ultimo sul Super green pass non fa sconti ai parlamentari. Né la Costituzione consentirebbe un’eccezione a questa regola per mancanza di un titolo nel suo testo idoneo a legittimarla. Qui non si fa questione di autonomia funzionale delle Camere, ma di volontà sovrana del parlamentare: un arbitrio illimitato in dispregio del dovere di solidarietà.

Se mettiamo insieme le tre preposizioni, i parlamentari sono uguali ai comuni cittadini; sono uguali né più, né meno; il Parlamento in seduta comune non può discutere dell’oggetto su cui vota, la soluzione dell’enigma è chiara. Il parlamentare in quarantena deve, votare da remoto secondo le modalità tecnicamente possibili; gli altri si dovranno recare a Montecitorio, ma in sicurezza.

Anche in tempi straordinari, la legge è uguale per tutti.

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