“Il mondo che verrà” / 6

I pavimenti dell’Europa vanno lavati a turno

Come in tutte le convivenze anche quella tra i Paesi europei è stata scandita dalle liti. Un equilibrio fragile: regge o non regge questa Europa? Poi è arrivato il Covid-19 che ci ha impartito la lezione più potente, ancorché la più dolorosa: tutti colpiti, ne usciamo soltanto se siamo responsabili e uniti

di Paola Peduzzi

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Shalom, Gerusalemme 2011. «In viaggio, alla ricerca delle mie radici e della storia del mio cognome, ero nella Città Vecchia brulicante di bambini, custodi di accessi preclusi allo sguardo poco attento dei turisti. Il protagonista della foto mi ha sorriso, mi ha invitato a seguirlo. E per soli 2 shekel (50 centesimi) mi ha raccontato la sua libertà: un salto, a cielo aperto, sui tetti del mondo», racconta Lea Anouchinsky, autrice della foto

Come in tutte le convivenze anche quella tra i Paesi europei è stata scandita dalle liti. Un equilibrio fragile: regge o non regge questa Europa? Poi è arrivato il Covid-19 che ci ha impartito la lezione più potente, ancorché la più dolorosa: tutti colpiti, ne usciamo soltanto se siamo responsabili e uniti


3' di lettura

In decenni di buon vicinato, noi europei abbiamo imparato le leggi della convivenza: abbiamo messo in comune i mercati, i confini, le direttive e la nostra moneta. Siamo cresciuti – prosperi e in pace – superando le diffidenze e le differenze, costruendo un progetto di convivenza unico al mondo. Abbiamo litigato, durante, abbiamo pianto e abbiamo scalciato, perché alcune eccezioni sono importanti, non siamo tutti uguali anche se viviamo tutti insieme.

Lo facciamo ancora oggi, perché in natura non esistono convivenze che non siano litigiose, è l'animo umano che ogni tanto ha bisogno di urlare: non voglio vederti mai più. Ecco, le crisi da convivenza, nella nostra Europa, sono state moltissime, eppure abbiamo continuato a invitare nuove persone, a volte accogliendole con il nostro stesso stupore: dovremo imparare ad andare tutti d'accordo, ci siamo detti. Negli ultimi anni la crisi è stata più dura del solito: un istinto identitario sempre più aggressivo ha incrinato molti rapporti, ha fatto crescere i nazionalismi e gli strongmen, e c'è stata la Brexit.

Le liti hanno scandito la nostra vita recente, un po' logorandoci e un po' facendoci riscoprire la nostra unicità: unicità collettiva, ché per una volta è la nostra unione a renderci speciali. Ma l'equilibrio è fragile, gli occhi di tutti sono puntati addosso: regge o non regge questa Europa? Poi è arrivato il Covid-19 che ci ha impartito la lezione di convivenza più potente, ancorché la più dolorosa: tutti colpiti, ne usciamo soltanto se siamo tutti responsabili, e uniti.

La più locale delle sciagure ha imposto la più globale delle risposte: se io mi chiudo in casa e tu no, siamo tutti a rischio. Vale per mio marito, per il mio coinquilino, per il mio dirimpettaio e via via allargandosi per tutte le nazioni del mondo, ancor di più per noi europei che viviamo di scambi – commerciali, legislativi, personali e culturali. Per un attimo ho pensato che non ce l'avremmo fatta, che la crisi di convivenza già in corso sarebbe diventato divorzio di massa: i confini, le dogane, le file lunghe, quei leader che hanno coltivato la presunzione dell'eccezione e hanno accumulato un ritardo sciagurato.

Noi italiani che siamo stati colpiti dal Covid-19 per primi, e fortissimo, ci guardavamo attorno attoniti: perché non fate come noi? Settant'anni di vita insieme e avete sempre pensato di essere voi i migliori? La convivenza con le sue regole e le sue compensazioni ha avuto di nuovo il sopravvento. Nella pandemia dell'universalismo, chi è abituato a condividere i propri spazi riscopre un vantaggio, proprio come quei cartelli attaccati all'ingresso del condominio: faccio io la spesa per tutti, lasciatemi la lista nella casella della posta.

Ogni cosa è diventata vicina, quel che davamo per scontato – uscire di casa! – è oggi un desiderio inaspettato, un pensiero davanti alla finestra, e questo nuovo ordine ha rimesso a posto le priorità. Non che sia semplice: la crisi è in agguato, sta nascosta nei cavilli più o meno espliciti delle leggi d'emergenza. Sta nascosta nei progetti distruttivi di quegli uomini forti che trasformano l'epidemia in un'occasione di potere e di chiusura: vedi mai che non ci devo più stare, alle vostre regole.

Ma questa convivenza europea ci ha dato un'altra lezione: non si sta insieme sperando che sia qualcun altro a lavare i pavimenti, mentre si finge solerzia soltanto per quel che in fondo asseconda il proprio interesse. I tuoi affari prima dei miei non vale più: non ci sono colpe in questa crisi, ognuno dovrà stare all'erta per difenderci tutti insieme, più scrupolosi, più adulti, più attenti ad avere cura degli spazi comuni.

Vale oggi e varrà ancor più domani, quando le conseguenze delle quarantene diventeranno conti che danno risultati negativi e gli spazi comuni saranno un pochino più fatiscenti, e noi un po' fragili. Perché «ci rincontreremo», come dice la Regina d'Inghilterra. È una promessa, è una responsabilità, è una dichiarazione d'amore e di cura. E spero che sia la più grande lezione di questa epidemia, una lezione di convivenza.

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