teatro

I perché angosciosi di Pulcinella

di Antonio Audino


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4' di lettura

Pulcinella uno e molteplice, bambino e filosofo, ribelle e rassegnato…tutto questo è da sempre nella complessa identità della maschera napoletana. Così Andrea De Rosa ha deciso di riprendere tutti questi tratti, ma immaginando una sorta di mondo sotterraneo, un luogo isolato dal resto della comunità umana, definito come purgatorio, ma più simile ad un inferno sartriano chiuso da una porta che non si aprirà mai più, affollato appunto da tanti Pulcinella. Qui, infatti, vivono chissà da quanto tempo quattro di quelle figure alle quali se ne aggiunge una quinta, arrivata lì per caso, entrando dalla platea e non sapendo neppure dove si sta recando, anzi il malcapitato cercherà di comprenderlo ponendo a chi si trova già lì una serie di domande. Anche questo, del resto, è un tratto caratteristico di Pulcinella, l'insistere infantile in una sequela di questioni, (non a caso lo spettacolo si intitola E pecchè? E pecchè? E pecchè?), ma a queste vanno poi a contrapporsi con altri dubbi, emergono ulteriori richieste di chiarimento, rivolte da ognuno a tutti gli altri, e in particolare indirizzate al nuovo venuto, mentre una sorta di guardiano, uscendo ed entrando da un tombino, unico canale di comunicazione con un altrove comunque più occulto e misterioso, introduce ambiziose speculazioni filosofiche, che spesso si sbriciolano in trite ovvietà, come nella dichiarazione secondo la quale non è importante la risposta ma la domanda stessa.

Già dall'inizio dell'azione comprendiamo di essere in un ambito di continui rovesciamenti, dove De Rosa, affiancato per la drammaturgia da Linda Dalisi, pur prestando orecchio alla tradizione della commedia dell'arte, ribalta tutto in uno smarrimento e in un'angoscia di marca prettamente contemporanea. Proprio qui sta la cifra più riuscita e originale della composizione scenica, nell'elaborare le tracce di una tradizione centenaria del personaggio, facendole divenire elementi di risonanza per le angosce dell'oggi. Un oggi legato certamente ad una specifica dimensione geografica, tant'è che la lingua è spesso quella napoletana, riportata nelle sue arcaiche e sfavillanti sonorità o nei modi di dire di triviale quotidianità, rimandando così a un territorio e ad un'umanità costretta in un disagio da troppo tempo senza via di fuga. Ma il disorientamento si allarga a onde concentriche, finisce col riguardarci tutti, è il malessere storico della nostra epoca, della nostra “modernità”, invade gli spazi dell'esperienza concreta e quelli del pensiero, investe le nostre convinzioni sempre più vacillanti, rafforza i nostri dubbi sempre più consistenti. E anche questo non sorprende se riferito a quell'essere dal camicione bianco che è stato sempre uno dei più sottili analisti delle epoche da lui osservate, facendosi interprete di esigenze e istanze del popolo davanti al quale si trovava a recitare. Non a caso De Rosa cita, nelle note di sala, quello straordinario ciclo di disegni e di dipinti di Giandomenico Tiepolo in cui prendono forma centinaia di Pulcinella, realizzati qualche anno dopo la rivoluzione francese, quando ogni certezza, anche quella di un radicale rinnovamento del mondo, sembrava essere divenuta pericolante.
Certo, la maschera napoletana è soprattutto una creatura teatrale, e questo non viene mai dimenticato, con richiami espliciti ed evidenti, attraverso citazioni di opere classiche, come accade per l'Amleto, come se quelle parole sgorgassero istintivamente da quelle bocche, anche se Pulcinella, per un attimo principe danese, ha la maglietta azzurra di Maradona col numero 10 e maneggia un pallone al posto del cranio di Yorik. E così accade per quella specie di carrozzina meccanica e per il suo proprietario che sembra chiedersi sin dalle prime battute perché non funzioni più, fino a quando non scopriamo che l'interrogativo non è rivolto allo sgangherato trabiccolo ma al teatro stesso, e proprio alle foto di alcuni grandi artisti della scena partenopea del passato viene chiesto come mai quell'arte non abbia più la capacità di racconto e la forza di suggestione di un tempo. Questione rispecchiata nella costruzione dello stesso spettacolo a cui stiamo assistendo, strutturato su un sottilissimo gioco mimico, gestuale e recitativo, sospeso come per incanto tra cupi brividi angosciosi e fluorescenti lampi ironici, fra tentativi di lazzi alla vecchia maniera e inciampi più drammaticamente umani.

Tutto questo grazie alla straordinaria presenza degli interpreti, capaci di modulare le domande senza prenderle mai troppo sul serio e pur spalancando abissi terrificanti di senso. Dall'ultimo essere arrivato lì, Rosario Giglio, agli altri quattro, Maurizio Azzurro, Marco Palumbo, Isacco Venturini e Marcello Manzella (in sostituzione di massimo Andrei), appaiono mirabilmente orchestrati su una accortissima trama di tempi e ritmi che spaziano dai gesti della vecchia farsa a posture da nobile teatro tragico (disegnati dallo stesso Venturini), intrecciando volgarità di strada con arditezze liriche, osservati dal guardiano severo e tetro di Anna Coppola. A confondere le idee su dove ci troviamo collabora lo spazio scenico vuoto con elementi da cantiere stradale, disegnato da Simone Mannino che intona anche i costumi al resto, tra gorgiere, pance finte e mutandoni di lana, e con le belle maschere realizzate da Riccardo Ruggiano. E certo non è marginale la creazione di quell'universo sonoro di rumori e melodie quasi impercettibili provenienti dai mondi circostanti, realizzato dall'orecchio sempre intelligente e accurato di G.U.P. Alcaro, con quei quadrati di fari puntati sulle scena e verso il pubblico secondo il sempre originale disegno luminoso di Pasquale Mari.
C'è una giustizia che può dar risposte più certe e inequivocabili? Forse. Ma è difficile entrare nelle stanze in cui prende forma e viene amministrata. Questo ci lascia perlomeno intendere il racconto finale del guardiano riferito ad un'ultima incarnazione di un Pulcinella-Kafka.

E pecchè? E pecchè? E pecchè? Pulcinella in purgatorio” drammaturgia di Linda Dalisi.

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