pensione di scorta

I Pip a gestione separata resistono allo spread

di Federica Pezzatti


3' di lettura

Nei primi nove mesi del 2018 i risultati dei fondi pensione sono in rosso. Le variazioni medie aggregate, al netto dei costi di gestione e della fiscalità hanno segnato un -0,1% e un -0,2%, rispettivamente, per i fondi negoziali e i fondi aperti; -0,1 per i Pip “nuovi” di ramo III.
A pesare sul bilancio del 2018 è anche il rialzo dei rendimenti delle obbligazioni governative risaliti in misura significativa negli Stati Uniti e minore in Europa, riflettendo il diverso orientamento delle politiche monetarie; per i titoli italiani, il premio per il rischio sovrano, il cosiddetto spread, si è allargato in modo consistente a partire dalla seconda metà dell’anno con un trend che continua in questi giorni.
Per i listini azionari , l’andamento è stato contrastato: positivo negli Stati Uniti e negativo nella maggior parte dei mercati europei; la volatilità è aumentata. Tali trend si sono riflessi ovviamente sui risultati delle forme pensionistiche complementari, penalizzati dalle perdite in conto capitale scaturite dal rialzo dei rendimenti obbligazionari. Tuttavia i risultati in questo settore vanno visti su orizzonti temporali più lunghi. E comunque, essendo strumenti di tipo rateale (alimentati di mese in mese o di anno in anno) eventuali correzioni nei valori delle quote, come quella in atto, possono rappresentare un’occasione di accumulo a buon mercato (ovviamente sperando in una ripresa dei listini futura).

«Se si estende l’analisi al lungo periodo, i recenti andamenti dei mercati finanziari incidono infatti in misura limitata», spiegano dalla Covip. Secondo l’Authority di settore rispetto a quanto registrato nel decennio trascorso da fine 2007, l’andamento fino a settembre 2018 ha inciso infatti solo per 0,2% sui rendimenti medi annui composti di tutte le forme complementari, che si mantengono largamente positive. Nel dettaglio nel periodo da fine 2007 a fine settembre 2018, i rendimenti sono risultati pari al 3,1%nei fondi negoziali , al 2,8 % per i fondi aperti , al 2% per i Pip di ramo III. Nello stesso periodo, la rivalutazione media annua composta del Tfr è stata pari al 2,1 per cento.

L’eccezione

Nel 2018 in questo quadro complessivamente negativo (salvo un improbabile rally di fine anno dei bond che non pare proprio all’orizzonte), faranno eccezione però i Pip che sono legati a una gestione separata assicurativa e che non sono agganciati a dei fondi unit linked.
Questi piani “tradizionali” non sono ancora compresi nella recente rilevazione Covip di cui si è parlato in precedenza in quanto i risultati delle gestioni separate a cui sono collegati verranno comunicati all’inizio del 2019.
Ma si può già stimare che il risultato sarà se non altro positivo, anche se non di tantissimo visto che lo scorso anno hanno retrocesso al netto dei costi mediamente l’1,9%. Una rivalutazione che tuttavia non va disprezzata visto che viene di solito accantonata e retrocessa all’iscritto senza possibilità di perdita futura in caso di ribasso dei mercati. Tale caratteristica non è da sottovalutare.
I piani di ramo I, infatti, sono generalmente anestetizzati da quanto fanno i mercati e di fatti sono stati gli unici a chiudere in positivo anche l’annus horribilis del 2008. Persino nel post Lehman queste gestioni, avendo una contabilità diversa, al costo storico anzichè mark to market, chiusero con un bilancio positivo, fotografato da Covip, pari al 3,1%, contro il -21,9% dei Pip di tipo unit linked e contro il -14% dei fondi pensione aperti e il -6,3% dei negoziali.

Venendo ai giorni nostri i rendimenti “zero” degli scorsi anni hanno inciso sull’andamento delle gestioni separate Pip. I risultati si sono mantenuti sopra il 3% fino a cinque anni fa. Poi è cominciato il declino originato dalla crescente avarizia dei redimenti obbligazionari (titoli alla base di queste gestioni). Scesi a 2,9% nel 2014 i Pip a gestione separata lo scorso anno hanno restrocesso l’1,9% al netto di costi e fisco.

il nodo dei costi

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