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I Pir iniziano l’anno con il piede sbagliato: raccolta ancora in rosso

Secondo l'Osservatorio di Plus24 il saldo a gennaio è negativo per 120 milioni. Dalla fusione Intesa-Ubi nel risparmio gestito una realtà con 500 miliardi di masse

di Isabella Della Valle e Lucilla Incorvati

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(Agf)

Secondo l'Osservatorio di Plus24 il saldo a gennaio è negativo per 120 milioni. Dalla fusione Intesa-Ubi nel risparmio gestito una realtà con 500 miliardi di masse


3' di lettura

I Pir non hanno smentito le previsioni, ma rischiano di deludere le aspettative. Gennaio, che avrebbe dovuto essere il mese della ripartenza dei Pir 3.0, non ha dato grandi segnali di vita in termini di nuove sottoscrizioni, mentre il 2019 si è chiuso con un saldo negativo per un miliardo. Nonostante la maggioranza delle società si sia adeguata alle modifiche normative previste dalla legge di bilancio 2020 (che ha tolto il vincolo di investire sul venture capital ma ne ha aggiunto uno di destinare più risorse alle piccole aziende), la raccolta dei piani individuali di risparmio resta negativa nel primo mese dell’anno di 120 milioni (stime elaborate dall’Osservatorio Pir di Plus24 su dati forniti dalle società).

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I prodotti nuovi sono pochissimi e, evidentemente, quelli già esistenti non sono ancora stati proposti con grande enfasi. E a poco sono servite le performance ottenute nel 2019 per attirare l’attenzione della clientela sul segmento dei piani individuali di risparmio. Nulla di nuovo, dunque, almeno per il momento. Da un’analisi preliminare sull’andamento dei principali gruppi attivi sui Pir a gennaio, nessuno ha archiviato gennaio con i conti in attivo. Tra le società al vertice della graduatoria per patrimonio gestito sui piani di risparmio, domina il segno meno. Per Mediolanum il saldo è negativo per 22,7 milioni, per Amundi il rosso è di 26 e per Eurizon di 19,7 milioni. Più contenuto il deficit di Arca (-3 milioni), di Fideuram (-9,35 milioni) e di Pramerica (-4,6 milioni).

LA FALSA PARTENZA DEI PIR
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«Le ragioni di questo dato negativo sono innanzi tutto di natura tecnica - spiega Marco Rosati, ad di Zenit Sgr -perché i nuovi prodotti hanno bisogno di tempo prima di poter essere lanciati sul mercato. E anche chi li aveva già, ha dovuto modificare il regolamento per recepire il nuovo obbligo del 5% da destinare alle aziende extra indici (Ftse Mib e Ftse Mid, ndr). Per chi, invece, come noi, disponeva già di un portafoglio conforme alla nuova normativa, recepire le novità non ha comportato alterazioni del profilo di rischio/rendimento ed è stato possibile abbreviare i tempi». Ma c’è anche un aspetto commerciale: non è facile riproporre in poco tempo prodotti tenuti in soffitta così a lungo, nonostante le buone performance ottenute nel 2019.

Rosati è comunque ottimista per una ripartenza del settore nei prossimi mesi. «Il Pir resta un prodotto validissimo - conclude -. Il successo del 2017 è irripetibile, ma penso che su andamenti di mercato ragionevoli, 3 o 4 miliardi nel 2020 possano arrivare. E più che sull’equity, credo ci siano ampi spazi di diversificazione sull’obbligazionario perché ci sono più volumi rispetto al mercato azionario delle Pmi».

Chi punterà sui Pir
Tra i leader di mercato che nel 2020 punteranno sui piani individuali di risparmio ci sono proprio quelle Sgr (Eurizon, Fideuram e Pramerica) protagoniste dell’ultima mega operazione sul settore bancario italiano (Intesa Sanpaolo e Ubi Banca).

«Dal punto di vista della divisione asset e wealth management ci saranno forti sinergie dal punto di vista della produzione - sottolinea Mauro Panebianco, responsabile divisione Asset Management di PwC - con un crescita importante delle masse derivanti dall’apporto dei 65 miliardi (di cui 25 miliardi per conto di clientela istituzionale) oggi gestiti da Pramerica, che potrebbero essere fusi nelle società di asset management del gruppo Intesa Sanpaolo (che gestiscono masse per oltre 420 miliardi, ndr)».

Questo significa che il costituendo gruppo avrà una potenza di fuoco nel risparmio gestito di circa 500 miliardi, con una quota di mercato superiore al 20%. «Anche nella distribuzione di prodotti - aggiunge Panebianco - potrà sfruttare la crescita considerevole delle filiali (circa 1000) e l’incremento dei consulenti finanziari (690) con l’affiancamento di una banca a vocazione digitale, sul modello Fineco, a oggi assente nella galassia di Intesa Sanpaolo. Tutto questo consentirebbe alla nuova realtà di gareggiare ad armi pari con i colossi del risparmio di matrice francese, inglese e tedesca».

Per approfondire:
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