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I plutocrati che disprezzano i partiti tradizionali farebbero bene a drizzare le orecchie

di Paul Krugman

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(AFP)

4' di lettura


Howard Schultz, il miliardario proprietario della catena di caffetterie Starbucks, che immaginava di poter attrarre un ampio consenso presentandosi come candidato centrista, pare possa contare su un indice di gradimento del 4%, contro il 40% degli elettori che giudica negativamente la sua candidatura.

Ralph Northam, un democratico che ha conquistato con una maggioranza schiacciante la carica di governatore della Virginia, è tempestato di attacchi da parte del suo stesso partito per certe immagini razziste scovate nell’annuario della sua facoltà di medicina.

Donald Trump, che si era presentato alle elezioni con la promessa di espandere l’assistenza sanitaria e aumentare le tasse ai ricchi, ha cominciato a tradire i suoi sostenitori negli strati popolari nel momento stesso in cui è entrato alla Casa Bianca, tagliando drasticamente le tasse ai ricchi e cercando di portare via la copertura sanitaria a milioni di persone.

Tutte queste storie sono collegate, in realtà, e si riallacciano a due grandi assenze nella vita politica americana.

Una è quella degli elettori socialmente di sinistra ed economicamente di destra. Sono le persone a cui puntava Schultz: sostanzialmente non esistono, visto che rappresentano all’incirca, sì, appena il 4% dell’elettorato.

L’altra assenza è quella dei politici economicamente di sinistra e socialmente di destra: insomma, per dirla senza infingimenti, i «populisti razzisti». Ci sono tantissimi elettori che vedrebbero di buon occhio un mix del genere, e Trump ha fatto finta di essere il loro uomo: ma non lo è, né lui né nessun altro.

Capire perché esistono queste fortezze non presidiate a mio parere è fondamentale per comprendere la politica americana.

Un tempo i populisti razzisti erano rappresentati in Parlamento: la coalizione del New Deal faceva affidamento su un nutrito contingente di Dixiecrats, i Democratici segregazionisti del Sud. Ma era un equilibrio instabile, fin dall’inizio. Nella pratica, le battaglie per l’inclusione economica finivano apparentemente per trascinarsi dietro anche le battaglie per l’inclusione razziale e sociale. Già negli anni 40 i Democratici del Nord sostenevano i diritti civili con più entusiasmo dei Repubblicani del Nord, e oggi, come dimostra il caso Northam, nel partito non è più tollerata neanche la semplice apparenza di razzismo.

Al contempo, il Partito repubblicano moderno si preoccupa soltanto di tagliare le tasse ai ricchi e l’assistenza sociale ai poveri e alla classe media. E Trump, nonostante le sue sparate elettorali, ha dimostrato di non essere diverso.
Ecco perché il nostro sistema politico non offre risposte a quella fetta di elettorato che nutre sentimenti razzisti o socialmente conservatori, ma al contempo vuole tassare i ricchi e preservare lo Stato sociale: i Democratici non accettano il loro razzismo; i Repubblicani, che questi scrupoli non ce li hanno, lo accettano (non ci dimentichiamo che i vertici del partito hanno apertamente sostenuto la candidatura al Senato di Roy Moore in Alabama), ma non sono disposti a difendere i programmi da cui questi elettori dipendono.

Ma perché ci sono così pochi elettori che coltivano la posizione inversa, abbinando idee di sinistra sul piano sociale e razziale a idee di destra sul piano economico? La risposta, secondo me, sta nel fatto che il Partito repubblicano si è spostato enormemente a destra.

I sondaggi in questo senso sono chiari. Se definiamo il «centro» come una posizione a metà strada fra quelle dei due partiti politici, quando si parla di questioni economiche l’opinione pubblica è in schiacciante maggioranza di centrosinistra, o addirittura a sinistra dei Democratici. I tagli delle tasse per i ricchi sono la bandiera del Partito repubblicano, ma due terzi degli elettori ritengono che le tasse a carico dei ricchi in siano troppo basse, mentre solo il 7 per cento le giudica eccessive. L’elettorato sostiene la proposta della senatrice Elizabeth Warren di una tassa sulle grandi fortune con una maggioranza di tre a uno. Solo una ristretta minoranza vuole che vengano tagliati i fondi al Medicaid (il programma sanitario pubblico per gli indigenti), nonostante questi tagli siano stati al centro di qualsiasi proposta repubblicana in materia di sanità negli ultimi anni.

Perché i Repubblicani hanno sposato una posizione così lontana dalle preferenze degli elettori? Perché potevano permetterselo. Quando i Democratici sono diventati il partito dei diritti civili, i Repubblicani hanno potuto attirare il proletariato bianco strizzando l’occhio al suo illiberalismo sociale e razziale, nonostante difendessero politiche che danneggiano i normali lavoratori.

Il risultato è che essere economicamente di destra in America significa patrocinare politiche che nel merito piacciono solo a una ristretta élite. Sono misure che di per sé nessuno vuole: si riesce a «venderle» solo abbinandole all’ostilità razziale.

Quali scenari prefigurano queste fortezze non presidiate della politica americana? Innanzitutto indicano che Schultz è fuori dal mondo, e come lui quelli che sognano un Partito repubblicano riformato, che resti di destra ma tagliando i ponti con i razzisti: è un mix politico che quasi nessuno vuole.

In secondo luogo, i timori che i Democratici stiano mettendo a rischio le loro prospettive elettorali spostandosi troppo a sinistra, per esempio proponendo tasse più alte per i ricchi e un’espansione del Medicare, sono grossolanamente esagerati. Gli elettori vogliono una svolta a sinistra sul piano economico: l’unico problema è che a una parte di loro non piace il fatto che i Democratici sostengano i diritti civili, posizione a cui il partito non può rinunciare senza perdere la sua anima.

Quello che è meno chiaro è se ci sia spazio per politici pronti a fare per davvero i populisti razzisti, diversamente da Trump, che di essere populista faceva finta. Esiste un blocco sostanzioso di elettori populisti e razzisti, e si può immaginare che qualcuno proverà a intercettare quei voti. Ma forse l’attrazione gravitazionale del grande capitale – che si è impadronito completamente del Partito repubblicano e probabilmente ha impedito ai Democratici di spostarsi a sinistra quanto vorrebbe l’elettorato – è troppo forte.

In ogni caso, se c’è qualche spiraglio per una candidatura indipendente, il profilo più verosimile sarebbe uno alla George Wallace (il populista segregazionista che corse come indipendente nel 1968) piuttosto che uno alla Howard Schultz. I miliardari che disprezzano i partiti convenzionali dovrebbero fare attenzione a quello che desiderano.

(Traduzione di Fabio Galimberti)

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