Interventi

I privati ci sono, ma chiedono regole chiare

Integrare gli investimenti pubblici è probabilmente inevitabile, ma va fatto mantenendo la stabilità sociale

di Fabio L. Sattin

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(ANSA)

Integrare gli investimenti pubblici è probabilmente inevitabile, ma va fatto mantenendo la stabilità sociale


3' di lettura

Sempre più osservatori concordano sul fatto che per superare questa fase di profonda crisi le sole risorse pubbliche non basteranno e sarà necessario coinvolgere il settore privato: sia grandi investitori istituzionali, sia semplici risparmiatori.

I metodi per farlo sono molti e altrettante sono le proposte. Ritengo che siano adatti – per quello che riguarda gli investimenti nel capitale di rischio, inclusi quelli aventi come obiettivo le ristrutturazioni aziendali – gli strumenti che, improntati alle logiche del private equity, si basano sulla collaborazione tra pubblico e privato come i fondi misti, già utilizzati con successo in passato.

Ma ce ne possono essere anche altri che affrontano criticità diverse. In momenti come questi nulla va escluso e tutto va approfondito, sfruttando competenze e risorse disponibili e capitalizzando sulle esperienze fatte negli altri Paesi. Non siamo gli unici né i primi ad avere questi problemi.

Tuttavia, qualunque sia lo strumento utilizzato, a meno che non si voglia ricorrere a meccanismi coercitivi per coinvolgere i privati, è indispensabile rispondere ad alcune domande. Come funzionerà la governance di questi strumenti? Chi gestirà le risorse ? Quali saranno i criteri di allocazione? Chi fisserà gli obiettivi ? Chi ne controllerà, e come, il raggiungimento? Con quali criteri verranno selezionati i soggetti che utilizzeranno le risorse? Come saranno responsabilizzati? Quale grado di autonomia avranno? Domande semplici che richiedono risposte chiare.

Potrebbe essere utile studiare i meccanismi di governance dei fondi di investimento pubblico-privato utilizzati da tempo come strumento di intervento. Talvolta è più facile copiare e migliorare, che non inventare da zero.

Benché con caratteristiche diverse, questi strumenti hanno come comune denominatore e imprescindibile necessità quella di assicurare agli investitori che le risorse (pubbliche e private) siano gestite da professionisti di riconosciuta esperienza nell’ambito delle attività da finanziare; che questi soggetti siano responsabilizzati e dotati della necessaria autonomia gestionale e che sottostiano a rigorose regole di governance, al fine di evitare conflitti di interesse. In sintesi, che siano liberi di agire, avendo come unico riferimento gli obiettivi economici e sociali concordati, che dovranno essere trasparenti e misurabili.

Il soggetto pubblico, o chi per esso, dovrà svolgere un ruolo di organizzazione e selezione dei soggetti più adatti ad affrontare le specifiche aree di intervento, per poi occuparsi della verifica dei risultati conseguiti e decidere sulla conferma o meno dei gestori. In tutti i casi in cui le risorse provengano da più soggetti – privati o pubblici che siano, come nel caso dei fondi – la separazione tra investitori e gestori dovrà essere netta.

Non si può escludere che si possano trovare soluzioni bilanciate – composizioni di “potere decisionale” negoziate in funzione delle specifiche aree di intervento; meccanismi di “peso e contrappeso” tarati differentemente – ed è necessario che i modelli di riferimento siano adattati alla situazione contingente e al nostro contesto economico e giuridico. Tutto si può valutare. Tutto si può discutere e migliorare. Ma una risposta chiara a questi interrogativi di fondo deve essere data, sulla base della quale i soggetti privati, decideranno se investire o meno.

Questa fase drammatica ci impone di superare eventuali ostacoli dovessero sorgere nell’accettare tali condizioni per fare un salto qualitativo e culturale che consenta di rifondare meccanismi che potrebbero non essere più adatti ad affrontare le contingenze del momento e di porre le basi per un futuro basato su un senso di reciproca fiducia. Anche nelle istituzioni, elemento indispensabile affinché iniziative di questo tipo possano funzionare.

Chiedere soldi ai privati è lecito, probabilmente inevitabile, ma va fatto nel rispetto dei princìpi indispensabili al mantenimento della stabilità sociale. A queste condizioni, penso che strumenti di questo tipo siano proponibili. E penso che gli investitori, istituzionali o privati che siano, con questo tipo di garanzie, possano accettare remunerazioni più mitigate e dilazionate nel tempo a fronte di obiettivi anche di carattere sociale. Ma è possibile proseguire su questa via solo con la certezza che queste risorse verranno utilizzate con professionalità, competenza e trasparenza nell’interesse del Paese. E se gli investitori privati fossero “obbligati” a intervenire (cosa che non mi auguro), le garanzie e i meccanismi alla base degli strumenti scelti dovranno essere ancora più stringenti e trasparenti, e le responsabilità individuali identificate e definite. È la chiarezza (e certezza) delle regole di governance la chiave per aprire questa porta.

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