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I produttori di vino: in caso di dazi a rischio 1,5 miliardi di fatturato

Se l’amministrazione Usa dovesse inserire anche l’Italia tra i Paesi colpiti a soffrire sarebbero soprattutto le bottiglie di fascia media

di Giorgio dell'Orefice


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(Agf)

3' di lettura

A rischio 1,5 miliardi di euro di fatturato. È in questa cifra la vera portata della minaccia di nuovi dazi Usa sul vino italiano, dopo quelli che hanno già colpito formaggi e liquori made in Italy.

È infatti ammontato a 1.462 milioni di euro il giro d’affari del vino italiano negli Usa nel 2018, una quota pari al 23% del totale. Un valore record che probabilmente verrà ancora migliorato dai dati 2019 (visto che nei primi 9 mesi dell’anno il controvalore delle esportazioni italiane aveva già raggiunto quota 1.124 milioni, +4,6% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente).

Un’escalation che va in scena anno dopo anno da almeno tre lustri ma che rischia di fermarsi qui se al termine dell’istruttoria (fissato per il 13) l’amministrazione Usa dovesse decidere di rimodulare l’elenco dei prodotti colpiti dalle nuove tariffe autorizzate dal Wto comprendendo anche il vino, il prodotto più export oriented dell’intero paniere agroalimentare made in Italy.

Dalla prima tranche di dazi Usa oltre a formaggi e liquori italiani sono stati colpiti i vini francesi (escluso lo Champagne) e spagnoli, ma non quelli made in Italy. Ma adesso incombono due grossi rischi: da un lato che anche il vino italiano venga assoggettato a nuove tariffe doganali e dall’altro che l’importo dei dazi sia superiore al 25% finora applicato ad esempio ai formaggi.

«Un bel problema – dice Albiera Antinori presidente della Marchesi Antinori (230 milioni di euro di fatturato nel 2018, il 66% dall’export, di cui il 15% negli Usa) – soprattutto se oltre al dazio verranno anche innalzate le percentuali». In teoria, infatti, le tariffe possono arrivare al 100% del valore del prodotto.

Non ci sarebbero conseguenze solo sui vini più iconici, che però rappresentano una fetta minima del nostro export

«E in un caso del genere – continua Antinori – diventa semplicemente impossibile andare sul mercato. Non ne avrebbero conseguenze solo i vini più iconici, che però rappresentano una fetta minima del nostro export».

«Una prospettiva devastante per noi , di cui facciamo fatica a comprendere anche la logica. Infatti, a differenza di altri prodotti colpiti come i formaggi – aggiunge Ettore Nicoletto, ad del Gruppo Santa Margherita (188 milioni di euro di fatturato, oltre il 50% dall’export con una rilevante quota proprio negli Usa con Pinot grigio, Prosecco e Chianti classico) – penalizzando il vino italiano l’amministrazione Usa non avvantaggerebbe una produzione locale che oltre che essere limitata, non dispone della varietà di cultivar e di denominazioni che il vino europeo può offrire. Pertanto se da un lato non si favoriscono i produttori locali dall’altro si penalizza il consumatore americano che vedrà fortemente ridotto il proprio ventaglio di scelte. In prospettiva inoltre temiamo ulteriori rappresaglie dopo l’introduzione in Europa della digital tax. Un’opzione raccomandata da una direttiva Ue, già recepita ad esempio dalla Francia e che rischia di aprire il fianco a nuovi contenziosi con Washington».

Penalizzando il vino italiano l’amministrazione Usa non avvantaggerebbe una produzione locale


Molti produttori stanno cercando di anticipare le spedizioni concedendo l'allungamento dei termini di credito. Puntano cioè a proteggersi dai dazi rafforzando i magazzini. «Ma non nascondiamoci – conclude Nicoletto – si tratta solo di misure tampone».
All’orizzonte però oltre a nuovi rischi si affaccia anche una piccola speranza.

C’è grande preoccupazione anche nella filiera americana, mi riferisco ai buyers, ai distributori, alle enoteche fino alla ristorazione

«Non siamo preoccupati solo noi produttori italiani – spiega Enrico Viglierchio, ad di Castello Banfi, cantina leader del Brunello di Montalcino ma di proprietà degli italoamericani Mariani, che prima di diventare produttori hanno una storia come importatori di vini italiani negli Usa –. C’è grande preoccupazione anche nella filiera americana, mi riferisco ai buyers, ai distributori, alle enoteche fino alla ristorazione. Una filiera che non ha grandi margini per assorbire i rincari legati ai dazi e che teme l’effetto sui consumatori finali. Il punto è che i dazi spingeranno fuori mercato i vini di fascia media come Prosecco e Pinot grigio che rappresentano l’ossatura del nostro export lasciando spazio ai competitors che non vedono l'ora di aggredire le nostre quote di mercato».

«Oltre che sperare nell’azione di lobbying delle autorità Ue – aggiunge Albiera Antinori – ci auguriamo possano avere un peso le crescenti proteste che si stanno levando dalla filiera distributiva americana e che vede penalizzati i propri margini dalle restrizioni di Trump. Speriamo che il Presidente Usa voglia ascoltare anche queste voci».

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