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I programmi elettorali e le distanze dalle Costituzione

Dai programmi elettorali si ha la sensazione di vivere in un mondo di favole. Ci promettono energie alternative per riscattarci dalla sudditanza alla Russia

di Giovanna De Minico*

(pict rider - stock.adobe.com)

3' di lettura

Dai programmi elettorali si ha la sensazione di vivere in un mondo di favole. Ci promettono energie alternative per riscattarci dalla sudditanza alla Russia.

Ci vendono il miraggio di pagare meno tasse.

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Ci promettono forme di governo personalisticamente accentrate sullo sfondo di un Paese territorialmente diviso e socialmente poco sintetizzabile nell'uomo solo al comando.

Ma nessuno dei partiti ci ha detto che l'Italia post 25 settembre sarà “meno una e più divisa”, cioè più lontana dal modello costituzionale che i Padri costituenti pensavano di aver messo in cassaforte, consegnandolo nell'art. 5 della Cost., in modo da sottrarlo al potere di revisione costituzionale. Eppure, il programma elettorale di Salvini sostiene il regionalismo differenziato come merce di scambio preziosa nel negoziato con la Meloni, desiderosa di una qualsivoglia forma di presidenzialismo. Se questo scellerato patto elettorale dovesse riuscire avremo una forma di governo diametralmente opposta alle premesse storiche del '48, ma questo sarebbe il pericolo minore. La preoccupazione è nel combinare entità inconciliabili: un presidente sorretto da funzioni di indirizzo politico con un'Italia, dove taluni cittadini, quelli che fortunatamente vivono al Nord, saranno più uguali di quelli che la sorte ha fatto nascere al Sud. Ma il presidenzialismo non può compiere un miracolo unificante, se calato su un tessuto sociale diviso ed egoisticamente dilaniato da tensioni antagoniste: quelle di chi ha scippato forme di autonomia e risorse aggiuntive e quelle di chi il furto ha subito. Il furto è proprio la parola corretta, anche se introdotto in Costituzione da un'irragionevole norma di revisione – come disse Elia - che consente alle Regioni virtuose di vivere da separate in casa, godendo cioè di tutti i vantaggi del essere parte di uno Stato e scaricando invece ogni peso sulle Regioni che questa separazione non potranno chiedere per debolezza politico-contrattuale.

Né mi sentirei rassicurata da una lettura conforme a Costituzione dell'art. 116, co.3, Cost, che limiterebbe l'elenco delle materie oggetto di devoluzione a quelle strettamente connesse a interessi territoriali specifici. Questa elegante, quanto inutile, clausola di stile sarebbe l'ennesima finzione giuridica, che le tre bozze di intesa Stefani hanno riprodotto con lo stampone. Come tale non servirebbe a porre un argine all'erosione della sovranità dello Stato. Ogni Regione potrebbe dire e artificiosamente dimostrare che ha interesse a costruirsi la sua autostrada, con la conseguenza che le grandi reti di comunicazione, storicamente pensate per avvicinare genti e territori, diventerebbero fratture dei ricchi che si trincerano dietro i propri orti dorati.

Che questa azione egoistica rechi la firma della Lega non genera stupore, perché la Lega è un movimento politico che ha fatto dell'egoismo la sua spina dorsale. La meraviglia nasce quando è il coacervo delle forze di sinistra a competere con la Lega per la paternità del progetto divisorio. Ne il fatto che il segretario Letta senta la pressione dei suoi governatori dell'Appennino tosco-emiliano è una valida esimente perché politicamente non lo ripagherà, in quanto l’elettore tra l'originale e la sua copia sbiadita preferirà la prima. Un partito di sinistra dovrebbe fare dell'uguaglianza - qui la posta in gioco è proprio la qualità e quantità dei diritti spettanti al cittadino – la sua pietra angolare, piuttosto che buttarla via scartata.

E ora arriviamo a Santa Madre Chiesa, l'unica ad accogliere la tensione egualitaria e unitaria dello Stato italiano e a difenderla nelle parole del presidente della CEI, Zuppi, e del suo vice, Savino. Si fa strada il concetto semplice che non si può essere diversamente cittadini verso lo stesso Stato. Comprendo che la Chiesa parta da una posizione di vantaggio. Il primo che ha amato l'Uomo sopra ogni cosa è stato Cristo al punto da morire per lui. Questa “passione per l'uomo” è la molla che fa dire a Zuppi che nessuno può essere lasciato indietro, lo ha ripetuto più volte al Meeting di Rimini; o a Savino che le aree periferiche sono quelle meritevoli di un surplus di risorse, contro il regionalismo differenziato di Letta-Salvini-Meloni, che offrono una lettura alla rovescia dell'art. 3, co. 2, Cost.

Ma qui il motore è la passione cristiana verso l'uomo. Siamo davanti a una persona, che esce dal suo io per incontrare i meno fortunati, i quali da insidia alla sua ricchezza diventano occasione per costruire insieme una nuova umanità. Penso che questa tensione, presente nei dialoghi tra Togliatti e De Gasperi, sia laicamente recuperabile nella centralità della persona, che non ha paura di mettere in comune ciò che ha perché è solo insieme che si esce dalle difficoltà e si compie un'umanità matura e responsabile.

*Giovanna De Minico, prof diritto costituzionale Federico II

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