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I record di oro e argento scatenano l’euforia sui titoli minerari

Se il prezzo del lingotto è in rialzo del 22% quest’anno, le maggiori società aurifere hanno guadagnato addirittura il 40% in Borsa. Le operazioni di M&A si sono risvegliate e la raccolta di capitali è da primato

di Sissi Bellomo

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(Agf)

Se il prezzo del lingotto è in rialzo del 22% quest’anno, le maggiori società aurifere hanno guadagnato addirittura il 40% in Borsa. Le operazioni di M&A si sono risvegliate e la raccolta di capitali è da primato


3' di lettura

Oro e argento non smettono di correre, bruciando un record dietro l’altro. Ma la performance delle minerarie che li producono è ancora più impressionante, anche perché arriva dopo anni di estrema debolezza del comparto.

L’indice Nyse Arca Gold Miners, che rispecchia l’andamento delle maggiori società aurifere, è in rialzo di oltre il 40% nel 2020, il MVIS Global Junior Gold Miners (riferito a small e mid cap) ha guadagnato il 33% contro il +22% dell’oro, che pure ha aggiornato per l’ennesima volta il massimo da nove anni superando quota 1.865 dollari l’oncia ed è ormai vicino al record storico.

Fresnillo, uno dei big mondiali dell’argento, è addirittura il miglior titolo dell’anno sul listino londinese con un progresso dell’80% e un balzo di quasi il 12% nell’ultima seduta, segnata dall’annuncio di dati di produzione molto superiori alle attese: la società, che possiede sette miniere, tutte in Messico, ha estratto 13,6 milioni di once tra aprile e giugno, il 2,8% in più che nel primo trimestre, un risultato eccezionale in un Paese che è tra i più colpiti dal coronavirus e da parte di una mineraria che ha sofferto a lungo di gravi difficoltà operative.

Il rally dell’argento è cominciato in ritardo rispetto a quello dell’oro, ma ha guadagnato un impeto crescente, tanto che ora la sua performance supera quella di ogni altro metallo: il prezzo addirittura è quasi raddoppiato dai minimi di metà marzo e questa settimana è salito di circa il 15%, spingendosi fino a 23,02 $/oncia per la prima volta da ottobre 2013.

Una correzione a questo punto potrebbe essere vicina. Ma le prospettive, a giudizio quasi unanime degli analisti, restano brillanti sia per l’oro che per l’argento. Entrambi beneficiano dello scenario di tassi di interesse sotto zero e stimoli economici miliardari, che potrebbero risvegliare l’inflazione.

L’acuirsi delle tensioni internazionali – con gli Usa che ieri hanno imposto alla Cina di chiudere il consolato a Houston – ha riaperto la caccia ai beni rifugio. In più l’argento piace per gli impieghi industriali green e hi-tech, in particolare nei pannelli solari e nelle reti 5G.

Come una valanga, che si ingrossa sempre di più, gli investimenti sul comparto dei metalli preziosi hanno preso ad autoalimentarsi, quando agli speculatori professionisti si sono unite schiere di piccoli risparmiatori e trader fai-da-te, che si sono buttati con entusiasmo (e forse talvolta con incoscienza) su Etf e titoli minerari.

È l’effetto Fomo: Fear of missing out, in pratica la paura di perdere un’opportunità di guadagno che sembra scontata.

Per i produttori di metalli preziosi – è proprio il caso di dirlo – è un momento d’oro. Attraverso emissioni azionarie nel secondo trimestre sono riusciti a raccogliere 2,4 miliardi di dollari, fa notare Bloomberg: un importo sette volte superiore a quello di un anno prima e un record dal 2013. Le minerarie specializzate in metalli industriali hanno invece raccolto appena 34 milioni (-40% su base annua).

La congiuntura favorisce anche le Ipo nel settore aurifero. La canadese Yamana Gold, già quotata a Toronto, questa settimana ha comunicato che sbarcherà entro due mesi alla Borsa di Londra: nella capitale britannica «ci sono miliardi di dollari di capitali disponibili che dovremmo sfruttare», ha spiegato all’Ft il ceo Peter Marrone.

A sentire gli analisti l’euforia non è del tutto irrazionale: ci sono anzi solidi motivi per cui le società aurifere sono di nuovo attraenti. Dopo aver pagato a lungo lo scotto di acquisizioni incaute e investimenti faraonici, che avevano creato alti livelli di indebitamento, i colossi dell’oro – a cominciare da Barrick Gold e Newmont Mining – oggi sfoggiano bilanci più sani e disciplina finanziaria.

Il rally del lingotto, unito a costi di produzione ancora bassi, promette generosi flussi di cassa e i dividendi sono tornati a crescere. Quanto alle società più piccole, a farle brillare in Borsa è soprattutto la speranza – non più peregrina – che diventino preda di acquisizioni.

Dopo anni di torpore c’è stato un risveglio dell’M&A: nel secondo trimestre, osserva Bank of America, sono state annunciate ben 12 operazioni, il maggior numero dal quarto trimestre 2012, per un valore complessivo di 2,86 miliardi di dollari, il doppio rispetto ai primi tre mesi di quest’anno.

Ulteriori deal sono «inevitabili» secondo la banca, visto che oggi le società aurifere possono crescere solo attraverso il consolidamento: il crollo degli investimenti ha provocato un declino delle riserve minerarie del 30% rispetto al picco di 875 milioni di once del 2012.

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