CORTE DI GIUSTIZIA UE

I responsabili dei centri per trasfusioni devono avere la laurea in medicina

di Federica Micardi

ADOBESTOCK

2' di lettura

Legittima la legge italiana che consente solo ai laureati in medicina e chirurgia di svolgere l'attività di responsabile di un centro di trasfusione sanguigna. Con la sentenza nella causa C-96/2020 pubblicata il 10 marzo la Corte europea prende posizione nella querelle iniziata nel 2008 che ha visto l'Ordine nazionale dei biologi, affiancato da tre biologi opporsi alla presidenza del Consiglio dei ministri.
I fatti. Nel recepire la direttiva europea 2002/98, articolo 9, paragrafo 2, lettera a), l'Italia, con il Dlgs 261/2007, articolo 6, ha previsto tra i requisiti richiesti per svolgere l‘incarico di responsabile di un centro trasfusionale il possesso della laurea in medicina. La direttiva, però, tra ii requisiti minimi indicati aveva esteso questa possibilità anche ai laureati in biologia,
Nel giugno 2008 viene quindi presentato un ricorso al Tribunale di Roma, che il giudice respinge perché la direttiva 2002/98 non ha carattere «autoesecutivo» e detta solo regole di massima relativamente ai servizi trasfusionali, lasciando al diritto nazionale il compito di disciplinarne la creazione ed il funzionamento. Alla stessa conclusione arriva la Corte d'appello che con una sentenza del 19 giugno 2015 respinge il ricorso e conferma il primo grado.
La Cassazione, chiamata in causa, decide quindi di rivolgersi alla Corte Ue che, nella sostanza, conferma i primi due gradi di giudizio. Con la sentenza pubblicata il 10 marzo la Corte Ue spiega che il legislatore europeo ha riservato agli Stati membri una certa flessibilità nella scelta delle qualificazioni richieste per poter accedere a tale funzione, indicando solo un limite minimo di competenze teoriche e pratiche necessarie per ricoprire il ruolo di responsabile di un centro trasfusionale.
Secondo una costante giurisprudenza della Corte, si legge nella sentenza pubblicata il 10 marzo, la salute e la vita delle persone occupano una posizione preminente fra i beni e gli interessi tutelati dal Trattato FUE e spetta agli Stati membri stabilire il livello al quale essi intendono garantire la protezione della salute ed il modo in cui tale livello deve essere raggiunto.
Sulla decisione della Corte Ue ha pesato anche il fatto – rimarcato dal governo italiano - che i centri trasfusionali in Italia sono servizi integrati al sistema sanitario nazionale a cui sono anche attribuiti compiti diagnostici e compiti di natura strettamente medica.
Ora la decisione torna al giudice nazionale perché siamo di fronte a un rinvio pregiudiziale, che consente ai giudici degli Stati membri, nell'ambito di una controversia della quale sono investiti, di interpellare la Corte in merito all'interpretazione del diritto dell'Unione. Il giudice remittente dovrà quindi risolvere la causa tenendo conto di quanto sentenziato dala Corte Ue.

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