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I rincari minacciano la crescita dell’export: ecco settori e territori più colpiti

Lo scenario, confermato dal report di Confindustria, è quello di un rallentamento forte del commercio con l’estero: dopo la crescita a doppia cifra del 2022 (+10,3%), è prevista una brusca frenata (+1,8%) nel 2023

di Marta Casadei e Michela Finizio

: "Imprese italiane brillanti, difendere Made in Italy in Europa"

3' di lettura

L'inasprirsi dello shock energetico compromette la crescita dell’export (+21% nei primi sette mesi dell’anno secondo Istat) che sta dando una boccata di ossigeno alle aziende italiane, strette tra gli effetti della guerra, i costi energetici e delle materie prime alle stelle, con l’inflazione che minaccia approvvigionamenti e fiducia dei consumatori. Lo scenario futuro, confermato dal report del Centro studi Confindustria diffuso sabato 8 ottobre, è del resto quello di un rallentamento forte del commercio con l’estero: dopo una crescita a doppia cifra nel 2022 (+10,3%), l’export frenerà bruscamente (+1,8%) nel 2023.

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Frenano i territori energivori

I primi segnali del cambio di passo, di fatto, ci sono già e arrivano dal manifatturiero. Emergono, soprattutto, stringendo il focus sui territori:  le elaborazioni del Centro studi delle Camere di commercio Guglielmo Tagliacarne realizzate per Il Sole 24 Ore su dati Istat e Terna evidenziano che tra il primo e il secondo trimestre 2022 la corsa dell’export ha cominciato un lieve rallentamento: il saldo tra i due incrementi tendenziali rilevati rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente è pari a -0,5 per cento. E risulta più marcato nelle province che consumano livelli elevati di energia elettrica: qui le esportazioni in valore - che, va detto, incorporano gli effetti dell’aumento dei costi e dell’inflazione - sono passate da una crescita tendenziale del +22% su base annua nel primo trimestre al +20,8% nel secondo trimestre (-1,2%).

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Di contro, le province meno energivore continuano a macinare vendite estere, registrando un trend crescente tra i due trimestri a confronto (+3,4%): tra gennaio e marzo l’export è salito del 25% rispetto al periodo corrispondente dell’anno scorso, mentre nel secondo trimestre la crescita ha toccato il +28 per cento. «A livello generale, l’andamento delle esportazioni italiane nel 2022 è migliore di quanto ci si aspettasse», spiega Gaetano Fausto Esposito, economista e direttore generale del Centro Studi Tagliacarne.

«I settori energivori, tuttavia - continua - risultano essere quelli più esposti: già nel secondo trimestre dell’anno hanno registrato i primi effetti negativi e contrariamente ad altri settori che stanno tagliando sui margini per mantenere determinati mercati, hanno cominciato a contrarre i volumi di esportazione». Il tema dei prezzi energetici e delle materie prime incide molto sull’andamento delle vendite sui mercati stranieri (così come sulle importazioni) ma pesa anche sulla produzione: «In alcuni casi sono cresciuti del 40 per cento, ma l’effetto finale sul prodotto esportato è di un 12-13 per cento».

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Il boom di Ascoli Piceno

Nella mappa provinciale del manifatturiero italiano - che nel 2021 muoveva circa un quinto del Pil nazionale - spicca la performance positiva di Ascoli Piceno, dove si concentrano industrie farmaceutiche, chimiche e produttori di articoli in pelle: il trend dell’export della provincia è aumentato del 330,6% tra primo e secondo trimestre, toccando vendite per oltre tre miliardi di euro da aprile a giugno.

Al secondo posto, invece, c’è Rieti, dove si producono macchinari e autoveicoli ma anche prodotti di metallo: qui la variazione tendenziale è passata da +16% a +83%, salendo cioè del 67,2 per cento. Entrambe sono province non energivore, così come la maggior parte (sette) delle dieci che segnano la performance migliore. Fa eccezione Cagliari, ad esempio, con una crescita dell’export - trainato dal settore petrolifero - che nel secondo trimestre ha segnato un +94,6%, superando i 2,4 miliardi di euro.

Grandi esportatori rallentano

Le prime dieci province che chiudono il secondo semestre in positivo hanno, comunque, un peso limitato sul manifatturiero made in Italy. Al contrario, i rallentamenti riguardano province produttive ad alto tasso di internazionalizzazione, che ospitano aziende attive in diversi ambiti e sono accomunate da elevati consumi di energia: da Parma (-50,9%) e Lucca (-43,5%) - con una serie di motivazioni diverse a spiegare questa frenata della corsa all’export (si veda il pezzo a lato) - a Frosinone (-21,9%) e Mantova (-14,5%). Registrano un rallentamento, seppur in misura più ridotta, anche Brescia (-5,7%), Vicenza (-4,8%) e Bergamo (-3,8%) . Sul fondo anche Arezzo, provincia non energivora, ma che nel secondo trimestre ha virato in negativo, chiudendo a -7,8% il trend dell’export sul 2021.

Il caso dell'alimentare

La differenza tra province energivore e non è meno marcata nell’alimentare. Secondo le elaborazioni del Centro studi Tagliacarne in questo comparto entrambe migliorano il proprio export fra primo (+20% le province energivore, +25% le altre)  e secondo trimestre (+24,8% e +28%). Dove i consumi energetici sono inferiori, tuttavia, il trend di incremento risulta migliore. «L’alimentare da anni ha perfomance stabili - chiosa Esposito - complice il fatto che ormai buona parte della domanda di prodotti made in Italy arriva dall’estero e mercati come quello degli Stati Uniti, oggi molto dinamico per il cambio euro-dollaro favorevole - giocano un ruolo di primo piano».

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