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I rischi per l’Europa dopo il veto di Polonia e Ungheria che blocca il bilancio Ue

Si profilerebbe lo spettro di una Ue che deve affrontare la crisi economica in esercizio provvisorio e con lo scatto del regime dei dodicesimi

di Dino Pesole

Bilancio Ue, Merkel: "Dobbiamo continuare dialogo con Ungheria e Polonia"

3' di lettura

Un insieme di risorse europee senza precedenti, pari nel totale a circa 1.800 miliardi che rischia di essere congelata se nel Consiglio europeo del prossimo 18 dicembre i capi di Stato e di Governo non riusciranno a superare l’impasse determinato dal veto imposto da Polonia e Ungheria. Il nodo riguarda il rispetto dello stato di diritto: Polonia e Ungheria rifiutano che l’erogazione dei fondi sia subordinata a questo che è un principio fondante dell’Europa, ribadito esplicitamente da una deliberazione del Parlamento europeo. Il meccanismo prevede che qualora uno degli Stati membri violi i principi base condivisi, tra cui l’indipendenza della magistratura dal potere esecutivo e la libertà di espressione, si possa decretare la sospensione degli aiuti con voto a maggioranza, mentre i due paesi coinvolti vorrebbero l’unanimità.

Lo stretto collegamento tra bilancio Ue e Recovery Fund

L’intesa già raggiunta sul bilancio pluriennale 2021-2017 vale 1.074 miliardi, cui vanno ad aggiungersi i 750 miliardi del Recovery Fund. Il problema è che se il bilancio non viene approvato entro l’anno (e per questo occorre l’unanimità) e non si dispone contestualmente l’aumento del “tetto delle risorse proprie”, (il massimale degli impegni finanziari sottoscritti dagli Stati membri) la Commissione europea non può far partire la procedura di collocamento sul mercato dei 750 miliardi di prestiti e sovvenzioni del Next Generation Eu. La conseguenza è duplice: la corresponsione delle relative somme da erogare agli Stati membri (all’Italia sono destinati 209 miliardi) subirà un inevitabile, ulteriore ritardo e tutto ciò non potrà che avere effetti gravi sulle economie del Vecchio Continente alle prese con la gravissima crisi innescata dalla pandemia.

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Lo spettro dell’esercizio provvisorio e il regime dei dodicesimi

L’altra conseguenza è che in mancanza del via libera al bilancio pluriennale dell'Unione, si profilerebbe per la seconda volta in due anni lo spettro di un’Unione europea che deve affrontare la crisi economica senza un vero e proprio bilancio, in esercizio provvisorio. Se all’inizio dell’anno di riferimento il bilancio annuale non è stato ancora adottato, il che diviene inevitabile se non si approva il Quadro finanziario pluriennale, scatta il regime dei dodicesimi provvisori. Ciò significa che le spese effettuate mensilmente per capitolo di bilancio non possono superare un dodicesimo degli stanziamenti autorizzati dal bilancio dell’esercizio precedente o nel progetto di bilancio proposto dalla Commissione. In poche parole, nessuna nuova spesa può essere finanziata. Verranno onorati solo alcuni capitoli di spesa come i sussidi agli agricoltori, gli stipendi dei dipendenti dell’Unione, gli aiuti umanitari, i progetti di coesione già in corso. Sarebbero invece sospesi i “rebate” per i Paesi che ne beneficiano e soprattutto non vi sarebbero fondi disponibili per le nuove politiche dell’Unione, come il Green Deal.

I paesi “sovranisti” rischiano l'autogoal

La presidenza di turno tedesca sta lavorando in questi giorni per individuare un possibile compromesso in grado di sbloccare l’impasse. La cancelliera Angela Merkel è un’abile e navigata negoziatrice, e quindi un’intesa sul filo di lana sembra possibile, anche in considerazione dell’interesse specifico dei governi polacco e ungherese a poter fruire dei finanziamenti europei (rispettivamente 62 e 20 miliardi) che già nell’attuale quadro di spesa vedono i due paesi ampiamente beneficiari delle risorse dell’Unione. La linea dura del premier polacco Mateusz Morawiecki e del suo omologo ungherese Viktor Orbàn pare incontrare il favore di buona parte delle rispettive opinioni pubbliche, mentre gli altri paesi europei (a partire dai cosiddetti frugali) sembrano poco propensi a cedere su un aspetto che viene considerato a ragione un paletto invalicabile. L’intesa raggiunta a Bruxelles dopo la maratona negoziale del 17-21 luglio scorsi aveva volutamente sfumato sul tema del rispetto dello stato di diritto, ma la questione era evidentemente destinata a esplodere.

Le possibili alternative

Angela Merkel al momento non contempla eventuali “piani B”, qualora l’impasse non fosse superato. Si ragiona tuttavia sulle possibili vie di uscita, a partire dall’eventuale ricorso alle “cooperazioni rafforzate”, come ventilato da Francia e Paesi Bassi. Uno strumento previsto dai Trattati ma fino a oggi utilizzato raramente. Si potrebbe in alternativa dar vita a un accordo intergovernativo a 25 per avviare la fase esecutiva del Recovery fund, escludendo Varsavia e Budapest, ma Angela Merkel pare assai poco propensa a escludere in particolare la Polonia. Sull’intera vicenda vigila il Parlamento europeo presieduto da David Sassoli che molto difficilmente potrebbe rendersi disponibile a passi indietro sul tema del rispetto dello stato di diritto.


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