LA STRATEGIA SALVINI

I rischi della Marina in azione contro gli sbarchi: il caso Sibilla

L’8 marzo 1997 nel canale d’Otranto la corvetta Sibilla entrò in collisione con la nave “Kater i Rades” albanese carica di un centinaio di profughi. La Kater affondò, il bilancio fu terribile: 81 cadaveri recuperati, quasi una trentina di dispersi, 34 superstiti. A distanza di ventidue anni, sembra che la lezione non sia servita

di Marco Ludovico


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3' di lettura

Tra gli addetti ai lavori in queste ore è un caso richiamato di continuo. Il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, vuole un impiego più intenso della Marina militare per contrastare gli sbarchi dei migranti sostenuti dai soccorsi delle Ong (organizzazioni non governative). Al vertice di stasera a palazzo Chigi si vedranno le intenzioni del governo. Di certo, in tanti ricordano la tragedia del 28 marzo 1997 nel canale d’Otranto. La corvetta Sibilla al comando del capitano di vascello Fabrizio Laudadio entrò in collisione con la nave “Kater i Rades” albanese carica di un centinaio di profughi. La Kater affondò, il bilancio fu terribile: 81 cadaveri recuperati, quasi una trentina di dispersi, 34 superstiti. A distanza di ventidue anni, sembra che la lezione non sia servita.

Un evento tuttora possibile
Le dinamiche dello speronamento da parte della corvetta Sibilla, certo non voluto ma possibile viste tutte le continue manovre ravvicinate dell’unità italiana con nave Kater, sono quelle sempre immaginabili in mare in quelle condizioni. Tutto avvenne il 28 marzo. La Kater fu avvistata prima dalla fregata italiana Zeffiro verso le 17.00, ma non diede seguito all’intimazione di tornare indietro. Toccò allora alla corvetta Sibilla stare sulla sua rotta: i militari italiani con un megafono comunicavano agli albanesi di tornare indietro perché, in caso contrario, l’equipaggio sarebbe stato arrestato e i passeggeri rimpatriati. Dopo circa un’ora e mezzo di tira e molla la Kater, con la poppa davanti alla prua della Sibilla, virò all’improvviso a destra. La corvetta italiana la centrò e in venti minuti l’imbarcazione albanese affondò.

Gli accordi con i paesi di provenienza
Il contrasto agli sbarchi provenienti dall’Albania avvenne anche con le unità della Guardia di Finanza. Oggi le Fiamme Gialle, al comando del generale Giuseppe Zafarana, sono a tutti gli effetti di legge “polizia del mare” e lavorano insieme alla Guardia Costiera; per usare termini inglesi, la Finanza si occupa di security, la Capitaneria di safety. Di certo le unità navali della Finanza sono molto più agili di quelle della Marina: per comprendere ancor meglio la tragedia del 28 marzo 1997, basti pensare alla lunghezza della Sibilla, circa una novantina di metri, contro quella della Kater, una ventina. Il lavoro svolto all’epoca nell’Adriatico e il canale d’Otranto si svolse grazie alle intese tra i due governi, un protagonista tra gli altri fu l’allora ministro dell’Interno Giorgio Napolitano.

Le missioni della Marina
L’impiego delle unità della Marina militare nei confronti dell’immigrazione risale dunque a molti anni addietro. L’errore può nascere nel concepire un “blocco navale” buono solo per le dichiarazioni politiche ma impraticabile sul piano giuridico e operativo. Altre missioni sono tuttora in corso, come quella “Mare sicuro”, italiana, o EuNavForMed-Sophia, europea, benché prorogata di soli sei mesi e ridimensionata negli assetti marittimi a favore di quelli aerei.

La contraddizione di “Mare nostrum”
Dopo la tragedia di Lampedusa del 3 ottobre 2013 con 368 migranti morti annegati e 20 dispersi per un anno, da metà ottobre 2013 a fine ottobre 2014, il governo allora guidato da Enrico Letta varò la missione umanitaria “Mare nostrum” con l’impiego dell’Aeronautica e soprattutto della Marina, allora al comando dell’ammiraglio Giuseppe De Giorgi.
La presenza delle unità militari italiane nel canale di Sicilia, destinate appunto al salvataggio dei naufraghi, diventò secondo diversi paesi membri dell’Unione europea “pull factor” di immigrazione, incentivo agli sbarchi, come accusò la cancelliera tedesca Angela Merkel. Tanto che “Mare Nostrum” terminò e si passò alla missione “Triton” di Frontex per controllare le frontiere. Tutti fatti ormai passati alla storia. Da tenere presente nelle prossime scelte.

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