le piccole patrie

I rischi di una balcanizzazione dell’Europa

di Alberto Negri


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(Reuters)

3' di lettura

Il separatismo catalano è esploso con la crisi economica spagnola e l’opposizione del governo di Madrid a concedere maggiore autonomia finanziaria. Si comincia quasi sempre con l’economia: la Jugoslavia iniziò a disgregarsi quando le repubbliche più ricche non volevano pagare per quelle più povere. Poi ci sono ragioni storiche e culturali che di solito vengono manipolate su entrambi i fronti: si potrebbe definire questo processo la balcanizzazione dell’Europa.

Dopo Slovenia, Croazia e Bosnia, il Kosovo diventò il campo di battaglia di un conflitto che secondo l’iper-nazionalismo serbo si combatteva da secoli. Fu qui che si svolse la battaglia della Piana dei Merli del 15 giugno 1389, il giorno di San Vito, quando il principe serbo Lazar radunò una coalizione anti-musulmana. I serbi vennero sgominati, Lazar trucidato e anche il sultano ottomano Murad I fu ucciso.

Fu a Kosovo Polje che venne Slobodan Milosevic nel 1989 a celebrare i 500 anni di quella sconfitta pronunciando una frase fatale: «Là dove c’è una tomba serba quella è Serbia». Diede il via non soltanto al conflitto tra Belgrado e Pristina ma rinfocolò le ostilità etniche e religiose nella Federazione fondata dopo la seconda guerra mondiale dal Maresciallo Tito. Lo status costituzionale del Kosovo nella Jugoslavia titina era quello di provincia autonoma della Serbia (come la Voivodina), uno status non paritario con le sei repubbliche costituenti (Slovenia, Croazia, Bosnia, Serbia, Montenegro, Macedonia) che avevano il diritto di secessione. Gli albanesi chiedevano di diventare anche loro una repubblica ma con l’ascesa di Milosevic fu revocata l’autonomia, annullato il bilinguismo serbo-albanese e avviata una politica di assimilazione forzata.

Dal 1995, dopo la fine della guerra di Bosnia, Belgrado iniziò la pulizia etnica e una parte dei kosovari scelse la lotta armata guidata dall’Uck. Alla spirale di violenza la Serbia rispose con il pugno di ferro sentendosi legittimata dalla mancanza di ogni riferimento al Kosovo nel quadro degli accordi di Dayton che avevano posto fine alla guerra di Bosnia.

Nel 1999 la repressione portò alla morte di 11mila civili e alla fuga di 800mila albanesi in Macedonia e Albania. I paesi Nato, bombardando anche Belgrado, intervennero con l’operazione Allied Force a protezione della popolazione albanese. La pulizia etnica fu arrestata e con gli accordi di Kumanovo la Serbia accettò di ritirarsi.

In base alla risoluzione Onu 1244 del 1999, il Kosovo fu messo sotto il protettorato internazionale e si è autoproclamato indipendente nel 2008. A oggi è riconosciuto da circa la metà degli stati dell’Onu ma non dalla Russia e dalla Cina. Dei paesi membri dell’Unione europea non riconoscono il Kosovo in cinque - Spagna, Slovacchia, Romania, Grecia, e Cipro - preoccupati per i movimenti secessionisti interni.

Le vicende di separatismo non sono paragonabili tra loro ma di solito queste piccole patrie sono assai poco indipendenti: le ex repubbliche jugoslave, tranne Croazia e Slovenia, vivono situazioni economiche e sociali precarie, fonte come il Kosovo di destabilizzazione jihadista (persino la Macedonia ha ancora un nome provvisorio). Sono questioni che nascono quasi sempre da mosse sbagliate dei governi centrali: in Spagna l’opposizione al referendum ha ampliato a dismisura la base dell’indipendentismo e ora le parti sono in un vicolo cieco. Un processo che potrebbe coinvolgere, sia pure in maniere differenti, anche Corsica, Fiandre, Norditalia, Sardegna. In Spagna si stanno esaurendo le materie prime più necessarie alla convivenza: buon senso e tolleranza.

Avendo fatto l’inviato di guerra nei Balcani e in Medio Oriente ho un’idea non vaga di come può andare a finire se non si trova una soluzione politica soddisfacente. Buona fortuna.

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